E arrivò, finalmente, il giorno dei Doves.

Ben undici erano gli anni dall’ultimo album in studio, quel “Kingdom of Rust“, che segnava 2009 sul calendario. Di lì in poi, inquietudini, qualche progetto solista, raccolte, con l’ombra dello scioglimento inteso invero ormai come dato di fatto, ma sempre negato dai fratelli Williams. Poi il riavvicinamento concreto, alcune date, ed adesso, finalmente, è il loro giorno. E’ il giorno di “The Universal Want”.

L’attacco è demandato a “Carousels”, uno dei singoli già  diffusi: dopo il primo minuto di ouverture strumentale, gran lavoro di Andy Williams che anticipa il beat (e l’omaggio dichiarato è quello a Tony Allen, sul sample di batteria del quale si è costruito il ritmo) e chitarre psichedeliche che ci lanciano in cielo. Pochi minuti, ed 11 anni di silenzio sono già  stati messi nel cassetto dei ricordi.

“I Will Not Hide” tiene alta la quota ed alimenta i bagliori, prima che “Broken Eyes” liberi su un elegante tappeto di chitarra un gioiello pop-rock d’eccellenza: un brano da vecchia scuola che ci riporta ai giorni andati come se tempo non ne fosse mai passato. E la seguente “For Tomorrow” ne è la sorella, trainata prima da un ritornello immediato, quindi da una seconda parte in cui sono ipnotici vortici di chitarra a farla da padrona.

Si abbassano i bpm ma non certo la qualità  con “Cathedrals of Mind” (altro singolo già  messo sul piatto ed apparentemente dedicata a Bowie), le cui piccole scariche elettrolitiche scavano in profondità  nell’animo partendo dalla testa. Se si gioca perlopiù sugli effetti e su un curato lavoro alla batteria, il resto ce lo mette un Goodwin appassionato, delicato, impeccabile. Come un buon vino in barrique, i Doves dimostrano che il lungo periodo di silenzio non li ha che migliorati.

Ecco poi l’anthemica “Prisoners”, altro succoso ritorno alle venature soniche e strutturali degli esordi, ed il trasporto è garantito. La seguente “Cyrcle of Hurt” si distingue per il traino di chitarra caleidoscopica ed esotica, ed una sezione ritmica sfaccettata ed intraprendente, tra accelerando, fluttuazioni e scivolamenti.

E’ sicuramente la ricerca di una peculiare resa atmosferica la forza di questo album, ed ai punti la scommessa dei Doves risulta vincente.

Allarga lo spettro sonoro il funk lisergico di “Mother Silverlake”, dove l’alternarsi al microfono tra Jez e Jimi è mossa gustosa e tutto sommato riuscita, prima della titletrack “Universal Want”: l’intensità  del piano che in sottofondo accompagna un accorato cantato, l’aria che si dischiude per poi iniziare a saturarsi, il battito cardiaco che aumenta, la coda che come ci riporta alla mente l’indole baggy degli esordi come Sub Sub. Volenti o nolenti, l’opus magnum dell’album.

I saluti sono affidati ai fuochi fatui di “Forest House”, carezzevole e malinconica.

Un ritorno atteso e che definire soddisfacente, è dire poco. I componenti della band di Manchester dimostrano di non essere affatto dei riservisti, “The Universal Want” impressiona per coesione e gioco di squadra, ed è dimostrazione che alla classe, quella vera, il tempo può servire per affinarsi ed esaltarsi, per cercare qualità  in nuove avventure e nuovi sentieri, non di certo per invecchiare sui ricordi dei tempi che furono.

Welcome Back, Doves.

 

Credit Foto: Jon Shard
Photo courtesy of Virgin EMI