Primo album d’inediti dopo diciannove anni e due dischi di cover (“Varshons” e “Varshons 2”) per Evan Dando e i suoi Lemonheads. “Love Chant” è stato prodotto da Apollo Nove e Bryce Goggin, undici brani registrati con tutta calma dopo il definitivo trasferimento di Dando in Brasile.

Un cambio di prospettiva che sembra aver stimolato la creatività e riacceso la voglia di suonare in un album che vede tra gli ospiti J. Mascis (Dinosaur Jr.) Juliana Hatfield, Tom Morgan, Eric Rae, John Strohm (Blake Babies) Nick Saloman (The Bevis Frond) e Adam Green (The Moldy Peaches).
Dando si è disintossicato dall’eroina tre anni fa dopo il disastroso concerto all’Hollywood Forever Cemetery nel 2021 e ha pubblicato la biografia “Rumors Of My Demise: A Memoir” lo scorso ottobre. “Love Chant” si inserisce in questo contesto di raggiunta sobrietà e vede Farley Glavin a basso e chitarra, John Kent alla batteria.
Sin dalle prime note di “58 Second Song” si capisce che il talento per melodie e ritornelli è rimasto intatto. Dando torna a muoversi con sicurezza tra indie e alt rock, le chitarre di “Deep End”, “In The Margin” e “Wild Thing” che ricordano il periodo d’oro degli anni ottanta e novanta.
Impossibile non notare qualche calo di ritmo (“Be In”) ma Dando si riprende subito con la grintosa “Cell Phone Blues” e la malinconica “Togetherness Is All I’m After”. Il dinamismo di “Marauders” e la title track, uno dei brani più convincenti per come unisce noise e psichedelia confermano la buona forma dei Lemonheads in questo 2025.
Sorpreso forse più di altri di essere sopravvissuto Dando regala un bel momento introspettivo in “The Key Of Victory” dove riflette su una vita rock n roll con notevole maturità, la stessa che emerge in “Roky”. Non siamo ai livelli di “It’s A Shame About Ray” o “Come On Feel The Lemonheads” ma “Love Chant” si rivela un album gradevole che dà inizio alla nuova vita di Evan Dando, altra rinascita da ricordare dopo quella di Pete Doherty.













