“COM’è BELLO SUONARE!”, DALLA GERMANIA ALLA CINA. INTERVISTA A JUKKA REVERBERI DEI GIARDINI DI MIRò.

 
21 dicembre 2018
 

È il 7 dicembre quando telefono a Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò, una settimana dopo l’uscita di “Different Times”, il quinto LP della storica band di Cavriago — il settimo se contiamo anche i due dischi di sonorizzazioni di film. In contemporanea è stato pubblicato anche un omonimo libro biografico scritto da Marco Braggion (Crac edizioni) che ripercorre la storia più che ventennale del gruppo. È l’ora di pranzo e Jukka mi risponde durante una pausa del lavoro che svolge da anni, a fianco dell’attività di musicista, nella gestione dei campi nomadi e degli alloggi di emergenza abitativa del comune di Reggio Emilia. Sta aspettando delle persone e finiamo per chiacchierare oltre un’ora.

Ciao Jukka, dunque, partiamo da un minimo di storia di questo gruppo, Giardini di Mirò, che innanzitutto quanti anni ha esattamente? Perché ho letto che ci sono opinioni divergenti. Sul libro, sulla biografia che è uscita, si parla del 1994…
La tesi di Corrado [Nuccini] è che è un gruppo che suona da quando c’è il primo disco. Purtroppo per noi, in verità c’eravamo già prima. Abbiamo fatto dei singoli prima, abbiamo suonato con i Karate, coi Godspeed, con gli Unwound, abbiamo suonato prima di fare il primo LP. Quindi ci siamo da tanto tempo, in forme diverse, perché all’inizio, nel 94-95, Corrado c’era sempre, Luca Di Mira c’era anche lui, io non c’ero, Mirko [Venturelli] non c’era. Noi siamo arrivati dopo, in un momento in cui il gruppo ha formalmente cambiato il suo modo di essere, anche i riferimenti musicali e culturali sono cambiati. Quindi c’è una parte del gruppo che si chiamava già Giardini di Mirò, ma era un’altra cosa. Il nostro primo singolo strumentale è del 97/98.

Possiamo dire che sono 20 anni comunque.
È da parecchio tempo. Comunque sia è vero, non suonavamo moltissimo fuori ma nel 98/99 abbiamo iniziato a fare le prime date fuori da Reggio Emilia, quindi quello è il periodo.

Qual è il segreto di una longevità così lunga per un gruppo? È poco comune, direi sia in Italia che all’estero.
Forse c’è stata un’alchimia particolare che ci ha tenuti legati insieme. Perché uno potrebbe dire “la passione per la musica”, sicuramente quello è il collante che ci tiene legati, ma è anche l’esperienza Giardini di Mirò che ci ha tenuto uno vicino all’altro. C’è un nucleo centrale del gruppo che ha voluto fortemente rimanere assieme, tenere in vita questo gruppo qua. Forse perché è stata un’esperienza importantissima per le nostre vite, ha aiutato a definirci anche come persone. Quindi il gruppo è davvero un pezzo di noi, non è stato un passatempo. È stato un investimento, una cosa su cui abbiamo riversato energie.

Qual è il motivo? Davvero non te lo so dire, è che siamo ancora qua e tutto sommato nonostante abbiamo ovviamente anche noi i nostri problemi, ogni tanto abbiamo delle incomprensioni, abbiamo idee differenti… siamo sempre riusciti a trovare una quadra, a fare sintesi. In alcuni momenti ci siamo presi anche delle pause, perché vedevamo che le direzioni stavano divergendo in modo irrecuperabile. Ci siamo fermati e abbiamo lasciato che il tempo ci aiutasse.

Adesso è uscito questo libro biografico e anche quella è una cosa che pochi gruppi indipendenti si possono concedere. Che effetto vi ha fatto fare le interviste e poi avercelo in mano finito?
Guarda, lo dico in modo un po’ provocatorio, nei confronti nostri e anche dell’autore: ce n’era veramente bisogno? Io non lo so, a me non era mai venuto in mente prima di farlo, a noi non era mai venuto in mente. Ma Marco Braggion, che è l’autore, ha sentito questa necessità e ce l’ha proposto. È un progetto suo che ci ha proposto e noi siamo stati molto titubanti all’inizio, però Marco era convinto di questa cosa e tutto sommato rimettere un po’ in fila la storia dei Giardini di Mirò poteva essere interessante.

Noi ci siamo messi nelle sue mani, ecco. Marco noi ce lo ricordiamo come un fan praticamente della prima ora, ai tempi della mailing list dei Giardini di Mirò. Aveva conosciuto il gruppo, era venuto a vederlo, l’ha sempre seguito e insomma se un fan ti chiede Posso fare un libro su di voi?, va bene. È un autografo un po’ impegnativo, ecco.

Dopo vent’anni forse comincia a suonare più sensato che magari dopo un periodo più breve.
Sì, l’altra cosa che fa un po’ effetto è che stiamo ancora suonando, siamo ancora in vita. Di norma i ritratti si fanno a posteriori, la storia la si racconta a posteriori. Altre volte non porta fortunissima fare quelle robe lì, però no dai, a parte gli scherzi, è un progetto che ci è sembrato interessante, soprattutto farlo uscire in questo momento con l’album nuovo. Era un modo per rinfrescare un po’, a chi può essere interessato, la nostra storia, visto che comunque era da tanto tempo che non uscivamo con un album di canzoni nuove.

Visto che parliamo di cose che normalmente si fanno a posteriori, ti anticipo una domanda che volevo farti dopo. Uno dei pezzi più belli, a mio parere, del nuovo disco è “Failed to Chart” di Glen Johnson, soprattutto per il testo che ha uno humour britannico che a me fa impazzire. Questa storia del musicista che sulla tomba ha un epitaffio, dove si dice che nonostante tutto “non è riuscito a entrare in classifica”, è qualcosa che in qualche modo sentite applicarsi anche ai Giardini di Mirò?
Beh sai è così, nel senso che ci possiamo fare poco, noi non siamo mai riusciti a entrare nell’immaginario popolare e quindi a fare quel salto che ti fa diventare, tra moltissime virgolette, famoso. Siamo un gruppo stimato, rispettato, ma rimaniamo in quella dimensione che una volta era quella della musica alternativa, prima del boom dei Nirvana, e poi tutto quello che c’è stato dopo in modalità e storie diverse, ma rimaniamo un gruppo in parte per appassionati di un certo tipo di suono.

Abbiamo avuto dei buoni periodi in cui, ti dirò la verità, anche noi come Giardini di Mirò ci siamo detti Perché viene così tanta gente a sentirci?. Noi in realtà la spiegazione ce la siamo sempre dati: molto modestamente, perché siamo bravi e facciamo bene quello che facciamo. Sicuramente c’è stato un periodo in cui un certo tipo di suono aveva ripreso una centralità nel panorama musicale indipendente e il caso ha voluto che noi stessimo suonando quella roba lì. Tra l’altro a noi è andata bene non da subito, ma al secondo disco, e ci siamo trovati per caso lì facendo quello, nel senso che noi la stavamo già facendo.

Aveva anche una attenzione mediatica di qualche tipo, in quel periodo.
Beh mediatica, oddio, siamo stati invitati in televisione quando c’era Supersonic di Mtv, i nostri video comunque giravano. Quindi ci siamo fatti conoscere e quello era sicuramente un luogo dove farsi conoscere ai più e uscire dalla nicchia, questo ci ha sicuramente aiutato. Adesso è cambiato tutto quanto, l’utilizzo della lingua italiana è tornato il codice ed è chiaro che se guardo il panorama musicale attuale noi siamo assolutamente fuori da tutte le coordinate. Quindi il testo di Glen in un qualche modo tocca anche noi: tanto rispettati, ma i risultati da un punto di vista commerciale sono quelli che sono. Anche se anche noi siamo entrati nella classifica italiana anni fa, un paio di volte ci siamo andati e a me faceva sorridere la cosa. Tutto sommato se guardiamo le nostre vendite non sono state poi così magre, abbiamo dischi che hanno venduto anche tanto per gli standard.

Sì infatti, si può vedere immagino il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.
Per quanto mi riguarda lo vedo completamente pieno, ti spiego perché: perché ognuno di noi ha probabilmente una sua idea di successo. La gente ha sempre detto bisogna svoltare, si usava molto a metà degli anni 2000, quando c’è stata un po’ di attenzione per la musica italiana. Io non so esattamente cosa vuol dire, ma lo sappiamo tutti cos’è: avere i passaggi in radio, essere famosi, entrare in un pubblico molto più largo, venire diciamo sdoganati. Non essere più quel gruppo che sta nella nicchia e nell’underground.

Io invece penso: a me non me n’è mai fregato niente di quella roba lì, anche perché ho sempre seguito storie di musicisti che sono state storie anche minori e a me la cosa che interessava era: avere un gruppo, fare dei dischi, poter suonare la mia musica; girare il posto dove vivevo, quindi l’Italia, uscire dall’Italia, e l’abbiamo fatto più volte, anche in situazioni molto interessanti, continuiamo a farlo.

Continuiamo ad avere questa voglia di fare musica, di confrontarci con dei modi anche diversi di fare musica, tutta la parte legata al cinema… Io quando mi guardo indietro, non dico che è quello che volevo vivere, però mi ci sono avvicinato molto e quindi il mio bicchiere è assolutamente pieno. Poi per vivere devo fare anche dell’altro, ho anche un altro mestiere.

Però non è un problema, insomma.
Non sminuisce secondo me quello che ho fatto, quello che abbiamo fatto e i risultati che abbiamo portato a casa in questi venti anni di musica. Quindi il mio bicchiere è pieno, ma lo dico davvero con una tranquillità estrema. Se uno riesce a uscire da quella roba lì che è l’ossessione dei soldi… Noi nel nostro massimo momento — questo fa abbastanza ridere secondo me e la dice lunga sul nostro atteggiamento — nel massimo momento di visibilità dei Giardini durante “Dividing Opinions”, l’album che è anche quello che era entrato nelle classifiche, noi abbiamo tutti quanti trovato il lavoro che abbiamo ancora oggi. Abbiamo trovato la nostra collocazione lavorativa definitiva, in quel momento.

Proprio in parallelo al massimo successo del gruppo.
Sì, e questo dice molto di quali erano le aspettative, o comunque come ci vedevamo nel futuro. Bisogna essere anche consapevoli di quali sono i limiti della musica che stai suonando e del luogo in cui ti muovi. E quindi insomma, va benissimo così.

Tornando un attimo all’apparizione a Supersonic che citavi prima e che viene citata nel libro, una cosa che mi ha fatto pensare è che di fatto siete sopravvissuti anche alla fine di MTV. Nel senso che se al tempo mi avessero detto che dopo vent’anni i Giardini sarebbero esistiti ancora e MTV com’era allora non ci sarebbe stata più, non so se ci avrei creduto.
Ma no, neanch’io. Noi abbiamo iniziato a suonare che i cellulari di fatto non c’erano. Internet a casa non ce l’avevamo.

Qual è l’equivalente adesso, per un gruppo che suona nel 2018, di quello che poteva essere allora andare a Supersonic, e quindi sfondare un qualche tipo di barriera, farsi conoscere da un pubblico lievemente più ampio? Adesso è tutto diventato internet e social network o c’è qualcos’altro?
Eh mi fai una bella domanda, perché questo è un punto, proprio questo, per cui non invidio assolutamente chi inizia una carriera musicale nuova adesso. Intanto perché io mi accorgo di avere un grande limite: non riesco a leggere gli strumenti. I social network li uso fin troppo, probabilmente male, però mi rendo conto che non ne capisco esattamente le dinamiche per quanto riguarda la promozione e la veicolazione di un gruppo. Non gestisco le pagine dei vari gruppi in cui sono coinvolto perché proprio non sono capace di entrare in quelle dinamiche lì e mi rendo conto che non è il mio mestiere.

Invece mi sentivo molto più a mio agio un tempo perché conoscevo l’ambiente in cui mi muovevo. Questa secondo me è una cosa che ha aiutato molto i Giardini al tempo: eravamo molto consapevoli di dove potevamo arrivare, dove potevamo spingerci e quali erano le caratteristiche dell’ambiente in cui ci muovevamo. Io oggi non saprei rilanciare un gruppo nuovo, mi devo affidare sempre agli altri che stanno con me, o fallire miseramente.

C’è un senso di spaesamento in qualche modo?
No, sono gli strumenti, è una scena molto più liquida, molto più confusa. Noi siamo cresciuti in un momento in cui le scene erano delineate, definite, quasi tagliate con l’accetta. Magari già nel 2000 un po’ meno, ma negli anni 90 era ancora così e quindi l’impostazione che abbiamo avuto era quella. Oggi non so se è così e non conosco molto le dinamiche della rete. Sono anche uno di quelli che non sa se davvero tutti le conoscono sul serio le dinamiche della rete, quando c’è un gruppo nuovo che esce e fa solo un pezzo…

Farò un paragone che è quello coi Cani: qualcuno se l’aspettava che sarebbe successo quello che è successo, come tipo di carriera, a un gruppo come i Cani nel momento in cui hanno caricato su Soundcloud, o quello che era, il loro pezzo? E qual è stato il motivo del loro successo così rapido, com’è che è nato così in fretta quando non c’era ancora un disco? Ecco io quella dinamica lì non te lo so spiegare, non me la so spiegare.

Forse nessuno l’ha ancora bene capita.
Perché la soluzione potrebbe essere sempre quella: per avere successo prima di tutto devi avere i pezzi, devi avere le canzoni. Se ce le hai va bene, altrimenti non c’è niente da fare. Cioè devi avere qualcosa che riesce a entrare nell’immaginario delle altre persone, forse non è la bella canzone, è quella roba lì: entrare nell’immaginario delle altre persone. Ci puoi riuscire come gruppo o con una canzone, ma quello devi fare. Non so se ti ho risposto.

Sicuramente hai dato degli spunti interessante su un problema per cui appunto non so neanch’io se qualcuno ha veramente la risposta. Pensando invece a questi vent’anni circa di gruppo, se dovessi scegliere un episodio, un momento che per te è stato il momento più bello? O per voi in generale come gruppo.
Credo che sia un po’ un problema scegliere un momento in 20 anni, o 18 come dice Corrado, comunque sono tanti anni. I momenti fantastici sono stati tanti: la prima volta che siamo riusciti ad andare in Europa a suonare, che vuol dire poi in Germania. Quando siamo andati in Grecia — tra l’altro con un batterista di riserva perché il nostro batterista al tempo ha detto “no ma io in Grecia davanti a nessuno non ci vengo a suonare” — e ci siamo trovati seicento paganti ad Atene. Sono momenti in cui dici “Ma, cazzo, sta succedendo davvero questa roba!” e quindi sono momenti belli.

Io ti posso dire i momenti stravaganti, quando abbiamo suonato in un pub vicino a Trento con i Godspeed You! Black Emperor, che era uno dei nostri gruppi preferiti in quel momento e sono stati sicuramente importantissimi per noi. Ci siamo trovati dentro questo pub con loro a suonare e sostanzialmente le persone ci dovevano vedere dall’esterno, guardando dalle finestre e della porta, perché tra loro che erano in tredici e noi, avevamo occupato praticamente tutto l’interno di questo pub. Il palco ovviamente conteneva le loro due batterie, tutto il resto era davanti e quindi non c’era spazio all’interno.

Quello è stato sicuramente un momento stranissimo, però guarda i momenti migliori sono quelli, e succedono ancora ogni tanto, in cui a fine serata, dopo che hai suonato, quando sei magari anche andato via del locale, sei rimasto un po’ fuori… Questa è una roba che ci è sempre capitata all’estero, anche in Italia ma soprattutto all’estero, quando ti trovi lì, magari stai bevendo l’ultima birra, una sigaretta, quando sei proprio nel momento di relax finale prima di andare a dormire e qualcuno guarda l’altro del gruppo e dice Cazzo, però, com’è bello suonare!. Che poi “suonare” diventa, nell’accezione emiliana, non più soltanto l’atto fisico del suonare ma usi la parola per descrivere tutto quello che ci sta attorno, diventa comprensiva di tutta quell’esperienza lì, del far parte di un gruppo. Quello è sicuramente il momento migliore, che fortunatamente si ripete ancora.

Parlavi del primissimo tour in Germania e di queste prime date, adesso siete stati ancora in Europa di recente, quando avete fatto il tour per la ristampa di “Rise and Fall” un paio d’anni fa. Come è stato diverso girare l’Europa ora rispetto a girarla da gruppo agli esordi?
Beh allora, quando l’abbiamo girata agli esordi l’abbiamo girata un po’ da sconosciuti però, penso al primo tour, in un momento in cui il post-rock era un genere importante, nel senso che aveva una sua visibilità e questo ti aiutava automaticamente ad andare a suonare fuori. Noi abbiamo sempre avuto ganci esteri, etichette estere, quindi questo ci ha sempre aiutato. L’altra cosa è che quando siamo andati in Germania c’era una scena, in Germania e in Belgio anche, c’era una rete e una infrastruttura legata alla musica indipendente molto forte.

Questo ha agevolato sicuramente il nostro girare da sconosciuti perché c’era un pubblico che era legato a quella roba. Il tuo materiale lo si poteva trovare, e anche se internet non era quella di oggi, nei negozi di riferimento potevano trovare tutto e sulle riviste usciva. Era un mondo non proprio pre-internet ma quasi, però dove tutti riuscivano ad essere sul pezzo e c’era una grossa spinta da parte di chi faceva parte di quella scena ad andare a seguire quello che si muoveva, che veniva dall’estero.

Da un lato è assurdo, sembra quasi che adesso con internet in cui tutto dovrebbe essere più facile, in realtà si siano quasi richiuse un po’ queste frontiere, questi scambi.
Si sono richiuse, nel senso che o riesci a entrare anche lì nelle dinamiche, nei circoli che si sono spostati da quelli del mondo vecchio a quelli del mondo nuovo, e che ripeto io non son capace, non so come si fa… Ma sono fuori età, sono fuori quota da questo punto di vista.

Comunque non è che sia aumentato il numero di gruppi italiani che gira all’estero, secondo me.
No, però secondo me questa è una riflessione che dobbiamo fare rispetto anche alla musica italiana. Qui, come ti dicevo prima, si pensa soltanto alla musica italiana, qua i gruppi pensano a svoltare in Italia. È chiaro che se quella diventa la tua dimensione, se il tuo punto di riferimento è quello, mi spiace ragazzi ma l’italiano all’estero continua a essere una musica che non funziona e quindi c’è poco da fare, è così.

Una cosa che sicuramente esce dalla vostra storia è questo sguardo verso l’estero che c’è sempre stato e che è stata forse addirittura parte fondante del motivo per cui volevate suonare in una band.
Guarda ti dirò di più, la prima data che abbiamo fatto io e Corrado assieme nello stesso gruppo, da cui poi si è ricostruito il nucleo nuovo dei Giardini di Mirò — perché io sono andato sostanzialmente a fare il sostituto a un certo momento, a suonare la chitarra perché ne avevano bisogno e Luca si era ammalato e non era potuto partire — ma il primo concerto che ho fatto con Corrado è stato in Germania, all’estero, quindi un po’ nasce con quell’ottica lì la nostra esperienza. Io ho avuto una mia cultura musicale, quella che mi sono fatto da solo, che era soprattutto di artisti internazionali ma anche di artisti italiani. Però quando ero ragazzino ascoltavo l’hardcore ed era normale per i gruppi italiani andare a suonare fuori. È vero, cantavano in italiano, però nell’hardcore quello era un elemento meno importante.

Sì, la gente non andava per sentire i testi.
Magari andava anche per leggerli dopo i testi, ma era l’urgenza espressiva la parte importante di quella musica lì, l’energia che ti poteva dare. E quindi quello è stato sicuramente formativo da quel punto di vista, mi ha sempre fatto guardare all’estero, mi ha sempre fatto dire: ce la si può fare. Quello è sempre stato il nostro miraggio. Lo chiamo ancora miraggio perché poi, in realtà, uno vorrebbe girarlo tutto il mondo, non ci siamo ancora riusciti. Adesso andremo in Cina, mettiamo un altra X sul nostro mappamondo.

Devo dire che sono rimasto abbastanza sorpreso, pur sapendo che siete abituati a girare, quando ho visto l’annuncio del tour in Cina, è stato un bel colpo. Come è nata questa cosa?
Guarda la cosa è nata in modo molto casuale, nel senso che ci ha scritto sulla casella del gruppo questa agenzia cinese, che ha anche un portale che noi non riusciamo a leggere perché è tutto in cinese. Comunque sono anche una webzine, un’etichetta, booking e tutto quanto e si occupano appunto di musica, di proporre musica in Cina e lo fanno soprattutto nel campo del post-rock. Hanno una grande attenzione, conoscono gruppi che io non ho mai proprio sentito nominare.

Italiani?
No, stranieri. Italiani non credo abbiano contattato altri, hanno contattato soltanto noi. Però loro stavano facendo uno speciale e poi volevano vendere dei nostri dischi quindi ci hanno contattato e parlando ci hanno chiesto se eravamo interessati a suonare. Noi gli abbiamo detto di sì, pensavamo sai una data, due… ce ne hanno proposte quattordici. Noi abbiamo detto no, non riusciamo, perché abbiamo anche una vita.

Quando è successo, quando vi hanno contattato?
Il contatto è nato in estate, è da qualche mese che ci lavoriamo.

Da pochissimo comunque.
Sì, dopo abbiamo firmato il contratto, e niente…

E quindi si parte.
Beh io fino a che non sono sull’aereo, sai, faccio sempre fatica un po’ a crederci perché è talmente assurda come cosa… Però in realtà questi organizzano cose da tempo, quindi sono ben strutturati. E quindi niente, faremo questo tour.

Sapete qualcosa di più su come sarà organizzato, che tipo di locali saranno, se suonerete con altre band?
Sicuramente suoneremo con delle altre band tutte le sere, saranno anche band internazionali, credo sia quasi un tour post-rock, una roba del genere che loro fanno regolarmente due o tre volte l’anno, organizzano questi tour dove ci sono band post-rock che suonano. Ma ti dico band che io alcune ho sentito, alcune sono andato anche a cercarle perché non sapevo chi fossero. Poi non ti so dire con chi suoniamo quali sere, però suoneremo con band europee, fondamentalmente.

L’altra cosa è che la nostra musica là ci è arrivata non per caso, ma noi a Taiwan — che non è esattamente Cina ma comunque è quella parte del mondo — abbiamo sempre stampato i nostri dischi, abbiamo sempre avuto un’etichetta che ha promosso la nostra musica. Ci eravamo già arrivati, è che fisicamente non siamo mai riusciti a fare un tour, anche quando avevamo un’etichetta in Giappone che ha stampato più di un disco, non è mai stato possibile organizzare qualcosa di economicamente sostenibile perché non c’era la possibilità di fare tante date. Queste sono tante quindi ti permettono di sostenere quel tipo di sfida, altrimenti andare a fare una data a Taiwan non era possibile organizzarlo.

Non ha senso economicamente.
Noi come regola ci siamo sempre dati quella che noi andiamo a suonare, ma non è che andiamo in vacanza e quindi ci paghiamo la vacanza. Noi andiamo a suonare e non dobbiamo tirare fuori un centesimo. Deve essere economicamente sostenibile.

Almeno in pari, insomma.
Quella è una regola base, non ce lo possiamo più permettere, o ce lo possiamo permettere e abbiamo scelto di non farlo. Qualcuno lo fa, va in Europa, forse la prima volta lo puoi fare. Noi non siamo mai andati a suonare in Inghilterra, perché economicamente non ha senso. E io se devo fare una cosa che non ha senso non la faccio. Cioè, lo puoi fare fare come investimento, ma abbiamo avuto comunque altri sbocchi, non era indispensabile andarsela a giocare in Inghilterra, che comunque non è proprio il posto più semplice dove giocarsela.

Parliamo un po’ del disco nuovo, di cui abbiamo parlato poco. Innanzitutto come è stato rispetto ai lavori precedenti? Ho letto che è stato un po’ diverso come modo di registrazione, nel senso che l’avete fatto in delle sessioni più brevi, a distanza di tempo.
Questo disco nasce dall’impulso che abbiamo avuto dalla fine delle ultime date europee, alla fine di quel tour che abbiamo fatto per l’anniversario, la ristampa, di “Rise and Fall”. Quel tour lì ci ha fatto ricordare come eravamo un tempo, perché abbiamo suonato solo quei pezzi, non quelli degli altri album, abbiamo suonato soltanto quella roba là. Che poi uno dice i Giardini di Mirò sono sempre rimasti uguali nel tempo, non è assolutamente vero.

No, infatti. Però è vero che questo disco ha ripreso invece alcune cose del passato.
Sicuramente, perché ci siamo ritrovati a farle e abbiamo capito che era una roba che ci piaceva ancora fare. E quindi dopo tanti anni di storia poteva essere interessante ritornare a lavorare in un modo che non seguivamo più da molto tempo. Abbiamo scritto l’album in pochissime sessioni, l’abbiamo scritto in tempo veramente brevissimo. Sono 8 o 9 pezzi, non mi ricordo neanche quanti pezzi sono che abbiamo messo nel disco…

Nove.
Sono nove? Non me lo ricordo mai, però tieni conto che in quattro prove abbiamo scritto fondamentalmente i pezzi, abbiamo scritto il disco. Cioè abbiamo scritto due pezzi a prova, a sessioni di prove, che non è la serata che dopo il lavoro vai e stai un’ora in saletta, non è così, però comunque abbiamo scritto due pezzi a sessione. Ed è stato scritto nell’arco tra un inverno e l’inizio della primavera, davvero veramente rapido, e siamo andati immediatamente in studio a luglio.

Dopodiché la lavorazione dell’album è stata abbastanza lunga invece. Perché abbiamo avuto moltissime pause in mezzo, c’è stato un lavoro di cesello molto lungo, non è che siamo stati un anno e mezzo in studio, ma durante il corso di un anno e mezzo facevamo queste brevi sessioni per andare a rifinire i pezzi, poi ce li riascoltavamo, poi tornavamo dopo un mese due giorni in studio a rimettere a posto alcune cose… Quindi poi magari, se metti assieme tutto il periodo, in un mese l’abbiamo registrato, mixato e fatto tutto, però è stato diluito nel tempo.

Secondo me c’è una doppia fase in quell’album qua, due fasi di lavorazioni molto diverse: scritto in modo molto immediato, ma poi dopo molto limato in studio, e questa cosa forse si può sentire. Io credo che nella scrittura sia abbastanza fresco, rispetto a “Good Luck”, che avevamo fatto veramente tanta fatica a scriverlo, per tenerlo assieme. Secondo me [in “Good Luck”] ci sono dei pezzi che sono buoni, ma assieme forse non stanno benissimo, è un album troppo eterogeneo. Anche questo lo è, perché si divide tra pezzi strumentali, canzoni, ballate e tutto quanto, ma è figlio di un suo periodo. E sostanzialmente secondo me la sua qualità è che questa roba qua la senti: non sono canzoni prese, appoggiate una di fianco all’altra, ma è un percorso, fatto di canzoni diverse anche.

Sì, sono d’accordo che si sente che c’è una uniformità non tanto nel tipo di canzoni, ma forse nel modo di suonarle o anche di come sono state registrate. La cosa che avete detto anche voi è che comunque è stato un ritornare al passato per alcuni versi, un voler ripercorrere alcune strade… C’è qualcosa invece di nuovo che magari avete voluto mettere e che magari non è stato ancora notato? Qualcosa che è sembrato uno stacco rispetto al passato?
Guarda mi fai una domanda che mi mette un attimo in difficoltà. Perché mi verrebbe da dire, una risposta stupidissima, ci sono le canzoni che sono nuove, che però è una risposta sciocca, non vuole dire niente: chiaro che le canzoni sono nuove, è un disco nuovo.

Magari aver lavorato con Giacomo Fiorenza di nuovo…
Anche Giacomo è cambiato, perché è passato tanto tempo rispetto ad allora, è cambiata di nuovo la tecnologia. Però c’è un lavoro di cesello, il lavoro di cesello che è stato fatto, per esempio, rispetto al primo disco fatto con Giacomo, quindi il nostro primo disco. “Rise and Fall” era un disco dove era tutto in faccia, sostanzialmente pochissimi suoni utilizzati, solo i nostri strumenti e poco lavoro di layer che stanno sotto la canzone. Erano tutti lì: la chitarra faceva la chitarra, l’altra chitarra faceva la chitarra, la batteria, la tastiera, cioè i nostri strumenti, ne suonavamo uno a testa, suonavamo quello e c’era soltanto quello lì. Questo album invece se uno lo ascolta, sotto c’è tutto un lavoro di arrangiamento e di costruzione — al di là della costruzione principale, dell’architettura delle canzoni — c’è un lavoro di cesello un po’ più importante e per la prima volta…

È più stratificato forse anche?
Sì, e anche un po’ più consapevole da parte nostra: l’abbiamo voluto fare così, l’abbiamo cercato in quel modo. Mentre altre volte, “Punk… Not Diet!” è un disco che ci è capitato fuori così: noi siamo partiti che doveva essere un album strumentale, è uscito un album dove praticamente era tutto cantato. Con degli arrangiamenti anche molto particolari, alla mo’ di orchestrina in certi momenti, ma non era stato proprio pensato. In studio è nata questa roba ed è uscita in questo modo. “Punk… Not Diet!” a me è un album che piace molto, però ci è capitato così, a volerlo fare così non ci saremmo mai riusciti. Questo lo volevamo così, è una cosa diversa.

Su “Punk… Not Diet!” le voci erano state aggiunte dopo che i pezzi erano stati scritti. Anche in questo ultimo disco i pezzi sono nati come strumentali?
In questo disco no, perché per esempio “Don’t Lie” l’ho canticchiata con un testo fittizio, inventato, ma il “Don’t Lie” c’era già per esempio. La stessa cosa vale per “Void Slip”, le due che canto io nel disco erano già definite così. “Different Times” sapevamo che sarebbe stata strumentale.

Quelle con gli ospiti internazionali come sono nate?
Quelle con gli ospiti sono nate che erano pezzi strumentali, però sapevamo che ci sarebbe stata la necessità della voce, in particolare in quella dove canta Daniel O’Sullivan. Io ho questo difetto, non mi ricordo mai i titoli delle canzoni, so il titolo di lavorazione, ma non mi ricordo…

“Field Notes”.
Sì, “Field Notes”. Quella sapevamo che ci voleva una voce e dovevamo soltanto decidere chi la doveva cantare.

Quindi l’avete data a lui come base strumentale e lui ci ha cantato sopra?
Noi gli abbiamo dato il pezzo praticamente mixato, definitivo: lui ci doveva cantare sopra. Sapevamo che era un pezzo che aveva una struttura in cui si poteva cantare, perché di fatto è strofa, ritornello, strofa, ritornello, poi c’è una lunga coda e lì è un po’ impegnativo, però era cantabile come pezzo. Quindi è nato proprio con quell’ottica lì.

Anche il pezzo con Robin [Proper-Sheppard] era un pezzo che poteva essere sia strumentale che cantato, perché come tipo di struttura… ma è un po’ una caratteristica che abbiamo avuto spesso. I nostri pezzi anche strumentali sono pezzi che comunque molti possono essere cantati. Perché a noi poi la forma canzone non è che ci abbia sempre fatto schifo, anzi. Poi abbiamo i pezzi dove c’è un po’ la fuga, un po’ più lunghi, quindi abbiamo qualche pezzo che invece guarda da un’altra parte, che guarda un po’ più avanti, che ha anche strutture un po’ più aperte, qualcuno direbbe prog, però quello è normale.

Sicuramente voi fin dall’inizio avete avuto un’attenzione a una possibile forma melodica, quasi pop oserei dire, che c’è sempre stata sovrapposta all’anima più post-rock. Mi faceva ridere che adesso negli ultimi anni i Mogwai, che all’inizio erano stati un grosso termine di paragone, sono arrivati a fare più pezzi cantati, più pezzi pop anche loro. Non so se hai sentito i loro ultimi lavori…
Sì li ho sentiti. Guarda, io avevo smesso a un certo punto di ascoltarli, ho ripreso ad ascoltarli negli ultimi anni e penso che abbiano fatto dei buoni lavori. C’è stato un periodo in mezzo in cui ci sono un paio di album che proprio non mi piacciono, mentre poi dopo hanno ripreso secondo me a fare dell’ottima musica. E quando scrivono le canzoni sembrano molto bravi, dovrebbero scriverne di più!

Il paragone con i Mogwai era un po’ una cosa che vi aveva pesato all’inizio.
Guarda, sinceramente, dobbiamo essere anche onesti: quando iniziano a dire che sei uguale a un altro in tutto quello che fai…

È fastidioso.
Non è che ti fa piacere, perché comunque tu senti che non viene riconosciuto il lavoro che pensi che sia stato fatto. Innegabile è che noi a un certo punto i Mogwai li abbiamo ascoltati, come abbiamo ascoltato tutti gli altri gruppi di quel periodo, ma come prima abbiamo ascoltato il jazz, come abbiamo ascoltato i Karate, come abbiamo ascoltato i Sonic Youth, che sono il gruppo che ci ha fatto suonare musica strumentale. Noi ci siamo arrivati lì per una roba un po’ particolare, quando loro avevano iniziato a fare quegli EP strumentali sperimentali, il primo dove c’era “Anagrama”, uscito per Sonic Youth Records, quello rosso, lì abbiamo detto “Adesso facciamo musica strumentale anche noi”.

Quando cantavamo ancora — avevamo Giuseppe Camuncoli, il nostro primo cantante — è vero eravamo una copia dei Massimo Volume, fondamentalmente, che era il gruppo post-rock italiano. Perché anche loro avevano massacrato la canzone rock, non lo si dice mai ma è così, è abbastanza evidente se uno ci pensa. Facevamo quella roba lì, però abbiamo iniziato a fare una cover che era una cover di “Mildred Pierce” dei Sonic Youth, che di fatto era strumentale perché noi non facevamo le urla belluine distorte che ci sono nel finale della loro versione, ma l’avevamo reinterpretata. Era una versione arpeggiata, che poi dopo anche lì esplodeva nel finale, ma c’era già la nostra matrice sonora dentro. Per tornare esattamente alla tua domanda, ci dava fastidio, però sai se ci avessero detto che assomigliavamo a un gruppo che non ci piaceva, avrebbe dato molto più fastidio.

La cosa fastidiosa era il ridurre tutto a un singolo gruppo, mentre tu dici che c’erano molte più influenze.
Secondo me c’erano, noi abbiamo avuto molte più influenze, io sono uno di quelli che probabilmente ha ascoltato di più i Mogwai. Io mi ricordo il primo concerto che abbiamo visto, siamo andati quasi tutti del gruppo a vedere i Mogwai, erano ancora gli anni 90 direi, al Covo. Mi ricordo che Mirko era praticamente seduto sul palco, ed il concerto era stato un concerto stupefacente, nel rapporto che avevano tra l’utilizzo del silenzio e delle esplosioni. Era stato veramente incredibile come concerto, io lo ricordo ancora come uno dei concerti più importanti e belli che ho visto, perché mi hanno dato degli elementi su cui pensare, anche nella gestione del palco.

Però sinceramente se io prendo i dischi dei Giardini di Mirò e li sento, sento che hanno sempre avuto un suono diverso, non hanno avuto quel suono lì, non erano uguali a nessuno dei gruppi che c’erano in giro. Potevano avere degli elementi simili, sicuramente sono stati anche influenzati, ma penso che secondo me abbiamo avuto una nostra caratteristica melodica che gli altri non avevano. Forse è stata anche la nostra debolezza non essere troppo post-rock a volte: non siamo mai riusciti a esserlo fino in fondo, a entrare in quel canone lì. Perché noi le canzoni non le abbiamo mai schifate, la componente melodica è sempre stata importantissima, a differenza magari di molti di quei gruppi, per i quali invece c’era più la creazione dell’atmosfera.

Avete avuto anche una serie di cambiamenti, che hanno sconfinato nell’elettronica, in una serie di altre cose. Effettivamente non vi siete mai inquadrati in un genere così preciso, il che magari da un punto di vista meramente di pubblico o di vendite…
Questo a ripensarci, se uno riguarda il passato, quando ci eravamo sistemati dentro la nicchia del post-rock, potevamo stare fermi lì e tutto sarebbe stato molto più semplice. Perché tutte le nicchie hanno i periodi di alta e di bassa, però continui a girare, giri il mondo. Lo potevamo fare, però noi volevamo fare musica che ci piaceva.

Evidentemente il vostro desiderio era di fare altro, non solo quello, come viene fuori credo anche da tutti i side project che avete fatto.
Siamo tutti degli ascoltatori onnivori, poi è chiaro che non è che tutto quello che ascolti lo porti dentro e lo ripeti. Siamo tutti diventati negli anni anche grandi ascoltatori di musica jazz, abbiamo tantissimi dischi, però sappiamo che quello non è mica il nostro campo di gioco.

Comunque avete fatto una serie di cose diversissime, da Spartiti a Geodetic, anche solo citando le ultime che stai facendo tu in questi anni, toccando orizzonti molto diversi.

Sì, c’è sempre stato il desiderio di fare più cose. Poi in realtà nella nostra testa abbiamo tutti quanti avuto altri quarantacinque gruppi che volevamo fare, perché la bellezza di potersi sperimentare su diversi linguaggi musicali… Che non vuol dire non sapere chi siamo noi, lo sappiamo benissimo. Però, appunto, poi per noi c’è una storia di vent’anni. Sai che noia far sempre le stesse canzoni, sempre le stesse robe?

Parlando con un mio amico del nuovo disco — un mio amico che terremo anonimo per tutelarlo — un suo primo commento dopo l’ascolto è stato che secondo lui è un disco un po’ democristiano, che penso che per uno di Cavriago sia l’insulto peggiore. Credo si riferisse proprio al fatto che dicevamo prima che è un disco che non ha imposto chissà quali svolte ai Giardini di Mirò, come magari era successo in passato. Mi è sembrato che adesso invece sia nei progetti paralleli che avete dato più sfogo alla voglia di sperimentare territori nuovi. Mentre magari una volta succedeva anche più all’interno del gruppo, o mi sbaglio?
Sì, però secondo me questo album è un album che arriva alla fine di un periodo in cui siamo stati un po’ confusi noi, perché forse fare tutti questi cambi, soprattutto l’ambivalenza che c’è stata tra gruppo che fa le canzoni e gruppo che fa le colonne sonore, le sonorizzazioni, oggettivamente ci ha mandato un po’ in banana. Quindi avevamo bisogno di rimetterci lì e di fare una sintesi: chi sono davvero i Giardini di Mirò? Ecco quell’album qua è… democristiano? Non lo so. Secondo me è un album che fotografa i Giardini di Mirò in questo preciso istante. Non abbiamo pensato al disco che c’era prima, perché è vecchio quindi non dovevamo fare il processo, troppo tempo è passato. Volevamo rifare un disco dei Giardini di Mirò… non “tranquillo per l’ascoltatore”, ma un disco piacevole per noi da suonare, con cui lavorare.

In realtà dentro, ti ripeto, secondo me c’è un sacco di lavoro nuovo che abbiamo fatto, ma probabilmente è meno evidente. Poi capisco quello che vuole dire il tuo amico, che in parte mi dici anche tu nella tua traduzione, lo capisco è vero: non è un disco di rottura rispetto al nostro passato. Noi volevamo fare un disco che… ci è venuto così! E poi sicuramente sì, siamo stati molto impegnati nel fare delle altre cose e questa sicuramente è stata una valvola di sfogo e ci ha insegnato alcune cose. E poi è un disco dove i due autori del gruppo sono diventati papà tutti e due, io da un po’ più di tempo, Corrado da un po’ meno, e quindi…

Ha avuto un significato questo, un impatto sul gruppo?
Beh certamente ce l’ha avuto, non è il disco di due persone che sono a posto con la vita, però è uno sguardo diverso, ce l’hai comunque. Quindi non so, forse è cambiato qualcosa anche dentro di noi in qualche modo. Abbiamo fatto un disco che fosse anche per noi un luogo non dico di sicurezza, perché così non è stato, però sicuramente è un disco che abbiamo fatto dopo che abbiamo fatto il tour [per l’anniversario] del primo disco, che abbiamo rifatto quel materiale là, quindi c’è stato un ritornare a casa, e provare a rileggersi. Secondo me in realtà è un po’ un sunto della storia che abbiamo avuto, della storia del nostro gruppo. Ci sono dentro elementi di tutti gli altri. Unire i puntini di tutto quello che abbiamo fatto nel tempo… Non è il disco della maturità, ma di un gruppo maturo, questo sì.

Quindi cosa dobbiamo aspettarci per il futuro? Farete un disco di remix come era successo dopo “Rise and Fall”?
Guarda, a un certo punto mentre stavamo finendo di mixare il disco dicevamo: il prossimo deve essere una roba sperimentale. Finalmente facciamo il disco ambient, soltanto di tappeti, di robe del genere, ce lo produciamo noi perché a un certo punto c’era venuta l’idea di fare una roba stranissima… Secondo me l’idea sarebbe proprio quella di lavorare a qualcosa di diverso, alternare un disco di canzoni a un disco di qualcosa di diverso potrebbe essere interessante, soprattutto dal punto di vista artistico per noi.

Vorremmo mantenere fede anche a quella doppia identità del gruppo che ormai c’è da una decina d’anni, che è quella di alternare il disco di canzoni al disco di sonorizzazione, di colonna sonora o di lavoro per il cinema. Questa è una cosa che per me è molto importante e quindi stiamo iniziando a pensare anche a quello, di riaprire un’esperienza anche lì. Chiaro che non può essere la semplice ripetizione della sonorizzazione del film muto.

Devo dire che i due che avete fatto sono molto diversi tra loro, non l’ho trovata una ripetizione. Quindi potrebbe anche venirne fuori un terzo.
Quello è diventato il campo vero di gioco della libertà e della sperimentazione, l’abbiamo messa più dentro quello. Forse “Il fuoco”, all’ascoltatore non so se questa roba arriva, è quello dove abbiamo messo più elementi strani per noi che ci hanno messo in gioco, da un certo punto di vista. E anche in “Rapsodia” ci sono degli elementi del genere, come le scelte di alcuni strumenti. Ripeto è stato forse più per noi che per chi ha ascoltato, però lì ha spostato alcune coordinate.

Finisco con un’ultima cosa sul titolo e sulla copertina di “Different Times”. La copertina mi piace molto innanzitutto, è una foto bellissima e che si sposa molto bene al titolo, secondo me. Nel senso che mi racconta quella specie di spaesamento dei tempi in cui ci troviamo, con la Cina sullo sfondo in cui voi state per andare e in cui il primo piano sembra così familiare e lo sfondo sembra così alieno.
Io sono d’accordo con quello che tu racconti, il fondo sembra alieno. La fotografia ha delle tinte rassicuranti, in realtà c’è un qualcosa di sconosciuto, mi aspetto sempre che da là in fondo salti fuori qualcosa di strano e che un po’ mi faccia paura, un po’ riesca a stupirmi. È una copertina che a me ha sempre intrigato, io la conoscevo da tempo e in realtà mettere assieme titolo e copertina è stato veramente difficilissimo, e ci ha fatto in parte anche litigare con chi ha lavorato in un primo momento alla copertina. Abbiamo commissionato i lavori a due persone diverse e le cose non sono andate come dovevano andare, ma perché noi nonostante i loro lavori fossero molto buoni, non riuscivamo ad appoggiarli al titolo, non riuscivamo a vederli assieme.

Quindi abbiamo rifiutato, abbiamo queste altre due copertine pronte che erano molto differenti, erano dei lavori grafici, ma non riuscivamo a vederli né sul titolo né sul disco. Non riuscivamo a tenerli assieme, c’era un qualcosa che non li legava. E ci siamo accorti che era un problema nostro, perché in realtà gli amici, le persone che hanno potuto vedere le altre cose, ci hanno detto “Bello questo, ma perché non lo usate?”. Quindi è stato veramente un aspetto molto difficile questa volta arrivare alla copertina. Di norma le altre volte abbiamo sempre preso non dico buona la prima, ma la prima idea era quella che andava a coordinare, a comporre la grafica finale. In questo caso non è stato così. Poi a un certo punto abbiamo visto quella fotografia lì, l’avevamo già vista, poi l’abbiamo rivista e dopo, parlandone assieme, ci siamo tutti convinti.

Sapevate già del tour in Cina quando l’avete scelta?
La prima volta che l’ho vista io no, poi quando l’ho proposta agli altri sì, in realtà c’era già l’idea della Cina.

Quindi c’è stata anche una sovrapposizione, non è stata del tutto una casualità forse?
È stata davvero una casualità, subito non volevamo quel tipo di copertina, volevamo una copertina più grafica, poi pensavamo a una fotografia ma di un altro tipo. I Giardini di Mirò sono un gruppo che diventa d’accordo alla fine ma parte sempre da posizioni molto distanti. Quindi fare il lavoro di sintesi è veramente molto complicato, questa credo sia una copertina che invece rappresenti molto bene tutti quanti. E credo che in realtà abbia molto forza e possa continuare a parlare come copertina, non si esaurisce lì al primo sguardo. Secondo me è una copertina che in un qualche modo non è che ti interroga, però ti dà degli stimoli e a me la cosa che piace è quella.

Il titolo invece, “Different Times”, l’hai scelto tu?
No, è la prima volta che non scelgo un titolo di un disco dei Giardini di Mirò, però secondo me era arrivato anche il momento che lo facesse qualcun altro. Perché va bene, poi ci sta in questa fase, tra l’altro può essere interpretato… a me piacciono i titoli che quando li leggi ti impongono di pensare a quello che c’è scritto, anche se sono delle cavolate. Insomma “Different Times” forse ci stava in questa fase nella quale per noi come gruppo sono cambiate le prospettive, ormai ci muoviamo in un territorio musicale che è nemico, o comunque non amico per la musica che facciamo.

Ma va bene che sia così, il mondo non può rimanere congelato, deve cambiare. E a noi va benissimo continuare a navigare con i nostri ritmi, con i nostri tempi, con la nostra musica, questo a noi non spaventa. È chiaro che sappiamo che navighiamo in un periodo assolutamente diverso in cui i riferimenti sono saltati per tutti, in modo particolare per un gruppo come il nostro che ha quel tipo di storia qui, ma la cosa importante è che ad oggi dopo tanti anni noi siamo ancora qua e stiamo facendo la nostra roba. E c’è ancora qualcuno che ci presta attenzione, che è quello che abbiamo sempre desiderato quando eravamo ragazzini nella nostra cameretta, e ci compravamo i dischi e li andavamo ad ascoltare. Ed era un giorno poter essere il disco ascoltato dal ragazzino in una camera, cioè ribaltare i ruoli. È ancora così, ogni tanto magari adesso ci ascoltano dei ragazzini cresciuti, ma secondo me è una bella roba.

Ecco forse non c’è stato tantissimo ricambio generazionale nel vostro pubblico, mi ricordo l’ultima volta che vi ho visti dal vivo, forse naturalmente c’è un pubblico di gente che come me vi ascoltava dagli inizi.
Sicuramente non abbiamo grandissimo ricambio del pubblico, a un certo punto è finito, da “Dividing Opinions” in poi è stato molto più difficile farlo. Abbiamo fatto anche dei dischi come appunto le sonorizzazioni che non ti permettevano di fare questo ricambio generazionale, perché erano un po’ più complicati, un po’ più pretenziosi. Sicuramente quello non ci ha aiutato a fare il cambio generazionale, e poi sai sono cambiati i suoni che piacciono ai ragazzi, e forse possiamo collegarlo alla roba di prima, non essendo il gruppo della nicchia, e la nicchia ha sempre un pubblico di nuovi ascoltatori, quello non ci ha aiutato.

Però ripeto, questo a dimostrazione che non ci è mai fregato nulla di inseguire il pubblico, noi volevamo fare musica che ci piaceva, volevamo fare quel tipo di vita lì. Non è stata proprio soltanto una scelta artistica, ma anche il tipo di vita legato al tipo di musica che fai e come la fai. Ci piaceva, volevamo fare quello e l’abbiamo fatto.

Magari qualche ragazzino cinese, invece, tornerà a casa da un concerto in Cina con il vostro disco.
C’è un miliardo di persone, magari qualche ragazzino ci darà una possibilità… Siamo andati in Spagna a suonare un mese e mezzo fa, abbiamo suonato coi Notwist e anche loro dicevano “Beh cavolo ma è lì il mondo da andare a scoprire! Se dobbiamo fare una data in provincia in Francia dove magari siamo stati 50 volte, oppure andare a scoprire com’è il mondo nuovo, ma andiamo a scoprire il mondo nuovo!”

Bello. Quindi ci aspettiamo un tour Notwist + Giardini di Mirò in Cina?
Magari!

 

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