“The Reader” non poteva che finire con l’inizio di un racconto.
Come se Daldry non potesse fare altro che riportare il film al punto di partenza, e disegnare un cerchio impossibile da rompere: del resto, è tale l’esistenza di Ralph Fiennes, che anche nella maturità  è ancora sospeso a quel pomeriggio piovoso di quando aveva quindici anni, in cui incontrò Kate Winslet.
Pur segnata da un epilogo simbolico e letterario come un bagno nel lago, che il giovane affronta completamente nudo, l’estate più importante e traumatica della sua vita è resa con tinte idilliache, con una fotografia bruciata dal sole, e resta pur sempre la parte più potente del film, intrisa com’è da un erotismo – la sua iniziazione sessuale con una donna più matura – apertamente sconfessato da tutto ciò che avverrà  dopo.
Eppure, come avviene per il protagonista, è impossibile separarsi dalla sua parte iniziale, che ritorna con intermittenze costanti ed indelebili, come è ovvio ““ e un dopo un po’ anche scolastico ““ in un film costruito su flashback improvvisi.

Il problema della irrefrenabile permeabilità  tra passato e presente (nel caso di Fiennes) o quello della sua totale impermeabilità  (nel caso di Kate Winslet) sembra essere il tema centrale di “The Reader”, che si pone anche la spinosa questione dell’Olocausto, della memoria e del senso di colpa.
Se le lezioni di morale/legalità  del comportamento dei nazisti vengono affidati alla voce scolastica e alla figura totemica di Bruno Ganz, qui nelle vesti di un professore di diritto che si pone il dilemma in modo sin troppo pedante, o all’assoluta indifferenza della Winslet (in alcune inquadrature delle kapò accusate, sembra di leggere La banalità  del male della Aarendt), il nodo viene sciolto più che altro nel lungo processo che vede implicata la donna, in cui è ancora la confessione, e quindi il racconto orale, a suscitare l’indignazione e la commozione per la tragedia.

Solo una volta Daldry si affida semplicemente alle immagini, ed è il motivo principale per cui fargli una colpa di non crederci: quando il ragazzo – che potrebbe scagionare o meno quella che in passato era stata la sua prima amante – va a vedere Auschwitz. Sono lunghe sequenze silenziose, in cui gli oggetti della prigionia (le scarpe, i letti delle camerate) e quelli di morte (le docce, le bocche mute dei forni) sfilano in una luce buia, come un pesante monito su tutti gli spettatori.
Per il resto, Daldry si era già  fatto notare in “The Hours” come un regista ossessionato dalla letteratura: in un film che si mantiene comunque sempre piuttosto freddo, l’unico slancio – quasi degno di un “Fahrenheit 451” – è quello in cui i due si illudono di poter riallacciare i nodi della loro relazione facendo quello che facevano un tempo: leggere i libri a voce alta.
E’ una sorta di ritorno alla vita in cui è comunque sempre la parola ascoltata (e mai l’immagine: sono lunghe inquadrature alternate, lui che parla al microfono, lei che presta l’orecchio) a suscitare emozioni.

Su tutto, spicca un’altra stupefacente interpretazione di Kate Winsletthe re: in “The Reader” non esita a mostrarsi nuda più volte, ma soprattutto si concede a quella che è una delle armi migliori per portarsi a casa l’Oscar: invecchiare, mostrare una faccia di sè (emaciata, sconvolta, debole) talmente lontana dall’immaginario, che storicamente la forzatura ha sempre fatto breccia tra i giurati.

Locandina
Regia: Stephen Daldry
Sceneggiatura: David Hare, dal romanzo “A Voce Alta” di Bernhard Schlink
Interpreti: Kate Winslet, Ralp Fiennes, David Kross, Jeannette Hain, Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara, Lena Olin
Fotografia: Roger Deakins e Chris Menges
Montaggio: Claire Simpson
Origine: USA, Germania, 2008
Durata: 124′

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