#10) ALGIERS
The Underside Of Power
[Matador]
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Secondo disco e gli Algiers non deludono. Gestazione difficile per “The Underside Of Power” ma tensioni e conflitti hanno reso più tagliente il sound cupo, distorto, pieno d’energia di una band abituata a dividersi tra due continenti e a mettere insieme mondi e influenze apparentemente inconciliabili: post punk, gospel e protesta creando musica non lineare nè scontata. Orgogliosamente militanti.
(Valentina Natale)

#9) EDDA
Graziosa Utopia
[Woodworm]
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Dopo tre album grandiosi Stefano Edda Rampoldi arriva a pubblicare il suo capolavoro, un album che riesce a coniugare perfettamente canzone d’autore e rock, contenente un gran numero di potenziali singoli e che rappresenta una delle vette più alte della musica italiana contemporanea.
(Stefano D’Elia)

#8) ARCA
Arca
[XL]
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Il corpo e la voce

Il nuovo lavoro di Alejandro Ghersi, vero nome di Arca, proietta il suo protagonista in un più “veritiero” e viscerale contesto song-oriented, trasportando le contorte intuizioni da producer avanguardista tra le dense trame di confessioni crude e sensuali.
(Luca Dustman Morello)

#7) THE WAR ON DRUGS
A Deeper Understanding
[Atlantic]
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Una band che è riuscita in pochi anni a darsi un sound definito (e ben definibile se vogliamo): non ci sono particolari segreti o artifizi sonori nella proposta magari classica e passatista di Adam Granduciel e soci ma una manciata di solide canzoni ad aggiungersi a un catalogo sempre in crescita. Assoli di chitarra misurati (ma presenti, ed è ormai una rarità ), inserti elettronici nei punti giusti e la rassicurazione all’ascolto dati da una voce calda e ispirata e a una produzione impeccabile.
(Gianni Gardon)

#6) RYAN ADAMS
Prisoner
[Pax-Am/Blue]

Torna una voce che buca tutto; senti come pesa quel graffio, ci vuole sempre far arricciare la pelle lo spigoloso Ryan. Lungo quella strada sterrata indicaci il cammino per rimetterci sulla retta via. Come è triste a volte questa nuova droga, la malinconia. La prigionia alla fine si fa sentire.
(Simone Lucidi)

#5) The National  
Sleep Well Beast
[4AD]
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Come si torna dopo il disco della maturità  e della consacrazione che è stato “Trouble Will Find Me”? Come si torna dopo quattro capolavori di fila? Come si torna quando tutti attendono il passo falso? Così. Si torna così. Con dodici pezzi che vedono Berninger e soci rimodernare appena i loro smoking con timide lucine ai led, mentre il cuore che vi batte sotto è sempre dilaniato dai ricordi e dalle angosce dell’uomo adulto dei nostri tempi.
(Alessandro “Diciaddue” Schirano)

#4) PAOLO BENVEGNU’  
H3+
[Woodworm]

Dieci canzoni che attraversano distese molto più terrene, ma altrettanto vaste. Quegli spazi umani, troppo umani, in cui il collante tra gli esseri è fatto di ansie, desideri, odi, amori e vendette. Spazi che Benvegnù indica, descrive, mette in musica con una intensità  quasi del tutto sconosciuta tra gli autori italiani: ogni ascolto di H3+ è nulla di più e nulla di meno di un dono.
(La Repubblica)

#3) SLOWDIVE
Slowdive
[Dead Oceans]
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22 anni dopo  “Pygmalion” gli  Slowdive tornano alla ribalta con un album che ha convinto tutti. I pezzi sono più immediati e strutturati rispetto al passato, ma le atmosfere fascinose ed eteree del loro shoegaze restano ancora intatte. Tra tradizione ed evoluzione, un perfetto resoconto della carriera di una delle band più sottovalutate degli ultimi 30 anni.
(Giuseppe Loris Ienco)

#2) GRIZZLY BEAR
Painted Ruins
[RCA]
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Per un album che ha rischiato di non venire mai alla luce, dopo che i membri della band avevano smesso di parlarsi, “Painted Ruins” suona incredibilmente compatto e mostra Ed Droste e soci musicalmente affiatati come non mai. A partire dai synth a briglia sciolta di “Mourning Sound” (la mia canzone dell’anno), il disco è pervaso da una sfrontata incoscienza, in contrasto con i testi, spesso criptici e cupi.

(Francesco “dhinus” Negri)

#1) LCD SOUNDSYSTEM
American Dream
[Columbia/DFA]
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James Murphy e la sua combriccola avevano spiazzato tutti con i rumors sulla reunion e il conseguente album, che è rimasto atteso per tutta la durata dell’anno. “American Dream” è sicuramente valso le attese: un album che suona in tutto e per tutto la natura dei veri LCD Sounstystem, dando prova di una qualità  ancora pura e viva.
(Giovanni Coppola)