Credit: Fabio Campetti

Tornano in Italia i Turin Brakes, alfieri ad inizio degli anni zero, di quel movimento catalogato come New Acoustic Movement, una sorta di riscoperta delle origini e di un sound asciutto ed essenziale, intento a premiare la forma canzone classica, fu una parentesi ben circoscritta, i Kings Of Conveninece erano probabilmente il fiore all’occhiello di quella scena, da citare, andando a memoria, Ed Harcourt, Tom Mcree, il duo Ben & Jason, fu una bella parentesi.

Per quanto riguarda i nostri, da quel folgorante esordio chiamato “The Optimistc LP” uscito appunto nel 2001, ne è passata di acqua e dopo vent’anni c’è ancora un minimo d’interesse nei confronti di un collettivo, che non ha, incredibilmente, mai raggiunto vette popolari importanti, ma che ugualmente ha mantenuto alta la qualità delle canzoni, evolvendosi, sperimentando e spaziando e forse pure allontanandosi dai fasti fortunati della prima raccolta.

Non che i risultati numerici siano indici di qualità, anzi i lidi mainstream sono spesso una sorta di accettabile compromesso; per quanto riguarda i Turin Brakes, trattasi di una vera famiglia che ha continuato a fare grande musica. Sinceramente li avevo persi un pò di vista, ma questo tour è stata l’occasione per ritrovarli e riscoprirli, percependo anche una nuova trasversalità nelle scelte e sempre canzoni di livello.

Sono in tour presentare l’ultima fatica in studio “Wide-eyed Nowhere”, un disco scritto in pandemia e che ci riporta una band assolutamente in salute, un album tra i loro più belli in assoluto e dopo otto capitoli in carriera, non è mai una passeggiata smarcarsi e non ripetersi quanto rigenerarsi, penso a brani come la psichedelica “Into the Sun” o la conclusiva e malinconica “No Rainbow”.

A dir la verità risentendoli anche nella dimensione live, la domanda che mi faccio spesso, che qui calza a pennello, è come mai alcuni artisti arrivino ad una popolarità consolidata ed altri con le medesime caratteristiche siano ben lontani dal farlo. Probabili misteri del marketing o semplice casualità.

Venendo al live di stasera, il Biko rimane una piccola bomboniera, la venue più home di Milano, colorata e accogliente come poche, orari leggermente più notturni, tanto che i Turin Brakes attaccano per le 22,30, tra l’altro mi perdo il live in apertura dei Dog Byron, collettivo italiano di stanza a Berlino, che li segue in queste cinque date nel nostro paese.

Formazione classica allargata a quattro elementi, oltre ai fondatori Olly Knights e Gale Paridjanian alle rispettive chitarre e al canto, il veterano Eddie Myer al basso e Rob Album dietro le pelli.

Incominciano con “Isolation” singolo spedito, dall’ultimo disco, non è tutto perfetto dal punto di vista sonoro, ma piano piano le cose si aggiustano e la scaletta fila via in scioltezza e sarà pure un ragionevole best of, ma qui non c’è una canzone sotto l’otto in pagella, dagli evergreen del succitato esordio come “The door”, “Underdog (Save me)” o l’immancabile “Feeling Oblivion”, fino alla radioediana e bellissima “Long distance” o l’emozionante “Fishing for a dream” singolo del 2005 dal disco “Jack in a box”, tra le prime anche una stupenda “keep me around” tratta da “Lost Property” del 2015.

Canzoni da cantare a squarciagola con la consapevolezza di maneggiare grande qualità.

So benissimo che non c’è una risposta alla domanda di prima, ma si potrebbe tranquillamente annoverare i Turin Brakes tra i progetti più sottovalutati del Regno Unito, cambierà poco, ma va sottolineato.