Partiamo subito da un presupposto necessario, ma alquanto basilare: i Pink Floyd – o, almeno, così com’erano stati intesi fino agli inizi degli anni Ottanta e della dipartita di Roger Waters – nel 1994 non esistevano già più e “The Division Bell” non è altro che il continuum di quel (dignitosissimo) cammino intrapreso da David Gilmour, Nick Mason e (solo) in parte Richard Wright, subito dopo la pubblicazione di “A Momentary Lapse Of Reason”. Ciò detto, il quattordicesimo album in studio dei Nostri – che oggi compie trent’anni – non è certo un lavoro da buttare via. Tutt’altro.

Pezzi come “Take It Back” o la stessa “High Hopes”, infatti, rappresentano, a ragion veduta, due tra le gemme più belle pubblicate dai Pink Floyd del dopo “The Wall”, poco da dire. Va da sé, naturalmente, che aspettarsi da un disco – alla cui stesura dei testi contribuì in maniera incisiva anche la moglie del caro vecchio David (la giornalista Polly Samson) – un impatto che sia alla stregua di quello avuto dalle opere epocali del passato, significa voler abbracciare il vento gelido delle illusioni.

Ad ogni modo, provando ad entrare ancor di più tra le pieghe musicali dell’album in questione, si tratta senza ombra di dubbio di una produzione (patinata) in cui composizioni, atmosfere e musicalità suonano in maniera fin troppo pulita per risultare credibili. Ed una sorta di riflessione analoga, volendo, la si potrebbe affrontare riguardo ai testi, ai temi trattati (l’incomunicabilità degli anni Novanta) ed alla vocalità di David; e questo, probabilmente, è il vero difetto dell’album.

“High Hopes”, il sopraccitato capolavoro finale, è uno dei migliori brani dei Floyd, mentre “Take it Back” è una delle performance più avvolgenti mai registrate da Mason e soci. Del resto, l’abilità di Gilmour nel creare bellissime atmosfere e pezzoni in odor di epica è una specie di marchio di fabbrica. “Marooned”, la parte strumentale di questo album vincitore di un Grammy, è davvero un’esperienza che va oltre le cuffie (per quanto suoni bene). Le tastiere di Wright il mai troppo celebrato Wright – sono stratificate in uno sfondo lussureggiante, mentre la chitarra penetrante di Gilmour si muove attraverso la traccia. In effetti, tutti ed undici i brani del lotto appaiono dannatamente vivaci e girano intorno all’atmosfera creata dalle tastiere sfavillanti di Richard.

Tuttavia, ai tempi, furono in molti a pensare che questo album non suonasse davvero come i Pink Floyd e che la sua realizzazione fosse più un mero capriccio di Gilmour che un lavoro degno di questo nome. Chi scrive, però, non può fare a meno di sottolineare l’estrema eleganza delle armonie presenti in “The Division Bell”, nonché il mood generale che si respira all’interno di un disco che non sarà una pietra miliare ai livelli di “Animals” (no, non lo è), ma che ha contribuito a regalare una certa continuità alla leggendaria storia dei Pink Floyd.

Il lato oscuro della luna, del resto, era stato già bello che esplorato dai Nostri. Ed “il muro” era stato già abbattuto parecchi anni addietro. Tra la strada dell’oblio e quella più romantica (e remunerativa) delle poetiche certezze, la band inglese scelse la seconda. Ad oggi, però, ancora nessuno è riuscito a stabilire con fermezza, se fu vera gloria o un ancorarsi alle ali (o catene) del tempo.  

Pubblicazione: 28 marzo 1994
Durata: 66:25
Dischi: 1
Tracce: 11
Genere: progressive, new-age
Etichetta: EMI
Produttore: Bob Ezrin, David Gilmour

Tracklist:

  1. Cluster One
  2. What Do You Want from Me
  3. Poles Apart
  4. Marooned
  5. A Great Day for Freedom
  6. Wearing the Inside Out
  7. Take It Back
  8. Coming Back to Life
  9. Keep Talking
  10. Lost for Words
  11. High Hopes