ARCTIC MONKEYS AT THE APOLLO di Richard Ayoade
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Un gruppo di ragazzini che passavano la giornata ascoltando “Is This It” degli Strokes, provando i propri brani in garage, collegandosi di tanto in tanto ad internet per caricarli sul sito e la sera si ritrovavano al pub davanti a una birra o a una porzione di fish & chips nella loro città dello Yorkshire. Poi tutto cambia e grazie a una importante rivoluzione sociale chiamata MySpace si trovano ad essere la più importante rock band della Gran Bretagna dai tempi degli Oasis, senza avere neanche dato alle stampe un debut album. Ecco quindi che ‘il giorno dopo’ arriva anche quell’album e diventa il più venduto in Gran Bretagna all’esordio, proprio ai danni di “Definitely Maybe”. Da lì in poi è storia: una nazione impazzita, migliaia di fan ovunque e festival che li incoronano piccoli mostri da palcoscenico. Il DVD che abbiamo messo in palio in edizione limitata su queste pagine durante il periodo di Natale e che si è aggiudicato una nostra fortunata lettrice, non fa che confermare tutto quello che già pensavo della band di Alex Turner. E cioè che sono indubbiamente una buonissima band, composta da 4 ragazzi (il bassista non era nella formazione originale) che sanno suonare i loro strumenti in una maniera a dir poco perfetta per la musica che scrivono, che hanno surclassato anche i loro idoli di gioventù. Ovviamente il rovescio della medaglia è che alla lunga (e questo DVD ne è anche un po’ la prova) le composizioni della band, se si entra ‘appieno con le orecchie’ nella formula proposta dagli inglesi, risultano dopo un’ora di ascolto, tutte piuttosto simili. Niente da ridire per carità, io adoro il modo in cui Turner suona la chitarra, canta, e secondo me il batterista, con tanto di ‘panzetta da birra’ è un vero fenomeno, hanno un senso della metrica rigoroso e ben studiato, ma a volte uno si potrebbe addormentare durante “D is For Dangerous” e risvegliarsi solo dopo pochi minuti, magari a metà di “The View From The Afternoon” senza neanche accorgersi che è un’altra canzone. Volendo parlare maggiormente del DVD c’è da dire che la location è spettacolare: né grande né piccola, al chiuso, un posto perfetto, suddiviso in due piani dove centinaia di ragazzi ballano e si divertono. Le riprese sono fantastiche e danno un senso di tridimensionalità non indifferente anche grazie alle luci che una volta propongono i membri del gruppo sotto un rosso acceso e inquietante, un’altra volta ’smorzano visivamente’ le distorsioni musicali con un blu scuro, poi… . Sembra di assistere a uno show vintage dei Doors girato in pellicola, migliorato ancora di più poi in post produzione durante i giorni nostri. Una bella esibizione. Un’esibizione dove Alex Turner si rivolge al pubblico con la sua consueta faccia ultra-annoiata dicendo Oh…cercate di fare più casino…è tutto troppo tranquillo qui oggi prima di lanciarsi dentro uno dei vortici elettrici che hanno reso famoso questo gruppo. Sembra che la band si diverta di più durante i pezzi più tirati tipo “When The Sun Goes Down” eppure la vera classe la si vede in brani come “Fluorescent Adolescent”. Proprio l’altro giorno stavo riascoltando i primi due album degli Oasis, un’altra band capace di parlare ai giovani di una nazione come poche altre nella storia della musica. Ovviamente la storia della Gran Bretagna in questi 15 anni è cambiata, si è evoluta, però le problematiche sociali ci sono sempre e le storie di tutti i giorni fatte di sigarette e troppo alcohol, cibo divorato in tutta fretta al pub, tv spazzatura, partite di calcio, pioggia e freddo e amori nati nei night-club sono sempre le stesse. E’ normale che il parallelo tra Alex Turner e il Noel Gallagher della prima ora mi sia venuto in mente all’istante, ma non c’è partita: se è vero che Alex Turner ha tranquillamente pisciato sopra il giubbino di jeans firmato di Julian Casablancas è anche vero che, per il momento, gli Arctic Monkeys devono percorrere ancora molta strada prima di scrivere un pezzo di storia come lo ha fatto negli anni novanta quella che a posteriori, già da adesso, si può considerare una delle band più importanti mai nate sotto i colori della Union Jack. D’y know what I mean? |
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13 Gennaio 2009 @ 10:28
Sinceramente non penso che Alex Turner sia al livelo di Julian Casanblancas. Amo entrambi i gruppi e avendoli visti entrambi dal vivo più di una volta posso dire che gli Strokes hanno il doppio del loro impatto e della loro potenza.
14 Gennaio 2009 @ 22:15
hai perfettamente ragione. anche io li ho visti entrambi un paio di volte, e non c’è storia. Mi piacciono tanto tanto i Monkeys, ma a livello di composizione, ragazzi, stiamo parlando di altri livelli. Ma avete mai provato ad analizzare le linee di voce di Casablancas? A dir poco stupefacenti, così essenziali e così efficaci, ruvide e melanconiche…ne devono fare di strada gli Artic Monkeys!
15 Gennaio 2009 @ 08:42
ciao ragazzi, io purtroppo dal vivo non ho avuto la fortuna di vedere le band suonare, però penso che gli strokes (e a me piacciono più gli strokes, però quelli del primo album) abbiano esaurito il loro discorso artistico proprio con “Is This It”. In quanto a testi e sound niente da dire il loro debut è uno dei miei preferiti. Qualcosa di buono c’era anche nel secondo disco certo ma insomma poca roba. Credo che adesso gli A.M. siano un passo avanti. Prova ne è che essenzialmente tutti i componenti della band neyorkese stanno “facendo altro” da Hammond jr solista a Moretti con i little joy, passando per Casablancas che collabora con Pharrell (assurdo) e me lo ritrovo a fare la pubblicità alla Converse sui manifesti giganti in ogni città insieme a Missy Elliot.
16 Gennaio 2009 @ 11:03
Io capisco perfettamente il tuo discorso dal punto di vista musicale (insomma non voglio e non posso farti cambiare idea, anche se a me i 3 album degli Strokes piacciono in egual misura).
Quello che non condivido è che avvalori il tuo dicorso sottolineando le attività e le collaborazioni dei membri della band. Ho sentito Albert Hammond jr dal vivo e ti giuro sono scappato (menomale era un festival). Di Casablancas che dire, è il figlio di John Casablancas, ovvio che viva sui manifesti! (ma alla fine non dovrebbe inficiare terribilmente sui pezzi che compone)
Ricorda che anche ii Tool, i Radiohead, ii grandissimi Fugazi, tutt’oggi gli Arcade Fire hanno spesso seguito progetti paralleli e/o fatto passare anni tra la pubblicazione di due album. Eppure non ne ha risentito la qualità, anzi.
16 Gennaio 2009 @ 11:38
Credo che il fatto di fare progetti solisti possa solo migliorare io loro approccio alla composizione, possono “sperimentare” e non avere sulle spalle la responsabilità di essere gli strokes. Da quanto ho sentito le canzoni del primo album di Hammond Jr. lui le aveva proposte prima al gruppo (Mr. Casablancas), che non le avevano/a ritenute all’altezza. E a ragione.
Il discorso è talmente ampio…
16 Gennaio 2009 @ 11:53
boh ragazzi io dico solo che alla fine secondo me, come gruppo, gli strokes non hanno proprio più niente da dire, non è che avvaloro col discorso dei progetti solisti, è solo che mi sembra che nel caso di questa band il fatto che i componenti “più creativi” stiano facendo altro è proprio perchè forse hanno capito che come gruppo non si stava andando più da nessuna parte e non semplicemente per “fare altro e poi tornare alla base e fare ancora meglio di prima”.
Insomma mi sa di ultima spiaggia al momento la cosa…però oh boh…non si sa mai magari avete ragione voi e me lo auguro per loro…ad essere onesto se uscisse un quarto album coi fiocchi degli strokes sarei tra i primi a comprarlo. poco ma sicuro.
16 Gennaio 2009 @ 12:57
Io sono fondamentalmente in accordo con quanto dice giov, non perché compagno di tana/sito, ma più che altro perché ho visto gli Strokes imboccare una via che mi è parsa la ripetizione con poche varianti degli stessi suoni sugli album successivi a “Is This It”; una via che non ha al momento uno sbocco.
Mi sembra invece che gli Arctic Monkeys abbiano nel loro DNA una maggiore attitudine al cambiamento, alla “sperimentazione”, quindi confido nel fatto che i loro dischi futuri possano comunque essere tasselli di un percorso, di un “movimento” in una qualche direzione. Magari saranno cagate pazzesche, sarei pronto ad ammetterlo, ma almeno ci avranno provato.
Resta fermo il punto che per me “Is This It” è un disco sublime con il 100% di grandi pezzi, di quei dischi che si ascoltano tutto d’un fiato e poi si preme il tasto repeat e lo si ascolta di nuovo senza annoiarsi mai.
16 Gennaio 2009 @ 13:18
Concordo con Giov sugli Strokes, ma sugli arctic sarò lapidario: mi fanno cacare.
Andate in pace
16 Gennaio 2009 @ 13:58
ahahah sachiel e la sua sintesi
io sinceramente per quanto ascolti per IfB gruppi nuovissimi, piuttosto sconosciuti eccetera, rimango legato in maniera maniacale sempre agli stessi ascolti, altro che Strokes e Arctic Monkeys.
Oasis, Verve, Smashing Pumpkins, Pearl Jam, ma anche Blur, Radiohead, R.E.M., Supergrass….
anni novanta for life…lì si veramente dove prendevi prendevi andavi sul sicuro…
16 Gennaio 2009 @ 14:21
Ah si, in quel genere gli anni ‘90 sono stati il meglio
16 Gennaio 2009 @ 14:22
uhh ma ora esce la mia foto da bimbo…sono commosso
16 Gennaio 2009 @ 14:42
‘zzo Sach quanto stavi avanti… c’avevi già il taglio british e lo sguardo perso a tre anni
16 Gennaio 2009 @ 15:31
…che poi fino alla prima metà degli anni novanta uno poteva tranquillamente ascoltare anche gli album degli u2 (nulla da dire su una produzione come “Achtung Baby”), poi i Cure, c’erano gli Stereophonics, i Nirvana, i Depeche Mode, i Placebo, Jeff Buckley (!) e proprio sul finire della decade sono cominciati a uscire fuori anche i Doves, i Travis, i Coldplay.
Insomma…sono passati solo poco più di dieci anni ma a me sembra un’eternità musicalmente parlando, i gruppi degli ultimi anni piacciono di meno. Ma gusti personali ovviamente… .
16 Gennaio 2009 @ 15:46
Ma si, non ci piove, solo che è una questione talmente vasta… credo che dipenda molto dalla mercificazione della musica, che è diventata in larga parte (come tutto, del resto, partendo dagli elettrodomestici per arrivare ai libri) un bene di consumo di massa, un prodotto “usa & getta”… siamo sovraesposti, c’è troppo, c’è subito, non si metabolizza, si scopiazza, si parla quando non si ha nulla da dire, non si riesce a distinguere il buono dal mediocre, almeno non subito…
Io del decennio passato, per ogni anno, ascoltavo forse un ventesimo, anche meno, dei dischi che ascolto ora. Quei dischi però giravano all’infinito, fino a consumarsi; potevo spulciare il booklet fino ai ringraziamento, e di Mellon Collie o di In Utero o anche dei primi Verdena e degli Oasis ricordo ancora tutti i testi a memoria, magari anche non ascoltandoli da mesi su mesi. C’era il tempo di entrare in un disco, metabolizzarlo, farlo proprio, imparare ogni accordo di chitarra ed ogni colpo di batteria… Ora non è più così.
Boh, vedremo sulla lunga distanza chi conterà sul serio qualcosa, in questi anni 0.
16 Gennaio 2009 @ 15:53
pienamente d’accordo… magari tra dieci anni si capirà il valore reale di molte band, però non ci piove sul fatto che c’è troppa roba e un consumo velocissimo.
p.s.
proprio stamattina ho riascoltato quasi tutto Mellon Collie
troppo bello!
16 Gennaio 2009 @ 16:00
Si diciamo che fino ai primi anni zero l’inghilterra ha afornato cose molto belle in ambito pop, poi un po’ meno. E’ invece rinato il folk, a volte pure troppo perché se ne abusa. Ma rimpiango i tempi anche dei primi doves, travis, coldplay e co.
19 Gennaio 2009 @ 00:21
Scusate se intervengo di nuovo.
Premetto di essere stato follemente innamorato di Pearl Jam, Smashing Pumpkins, Blur,e tantissima musica prodotta negli anni novanta. Ma penso che fraintendiate la buona qualità di prodotti musicali di questi anni con una (senile) difficoltà ad amarli. Parlo per me. Ten è uscito quando io avevo 13 anni, vi posso assicurare che conoscevo anche il numero dei nei di Eddie Vedder, ogni riferimento ai testi, ecc ecc. E così per decine di gruppi. Ma non avevo ascoltato migliaia di gruppi, ero “verginello” e ogni canzone mi sembrava smisurata, oscenamente sublime. Pogavo da solo a casa coi NOFX, collezionavo cassettine di live dei fugazi comprate a Dublino, e così via.
Ora ho trent’anni, e sinceramente penso che i Battles, gli Isis, gli Arcade Fire, siano gruppi altrettanto profondi, intensi e non certo “usa e getta”.
Ma sono io che, a 30 anni, ho decine di festival alle spalle, e mi emoziono forse di meno con nuovi gruppi. Chissà se sentendo una “The skin of my yellow country teeth” fra 15 anni non pensiate quello che pensate ora di “Sunday Sunday” o di “Porcelina of the Vast ocean”
Detto ciò, mi contraddico rivelandovi che su “Don’t Look Back in Anger” a Benicassim ho pianto come una 14enne. E ne avevo 28.
Scusate anche se son stato prolisso.
19 Gennaio 2009 @ 00:41
Io invece sarò sintetico come non mai:
per quanto mi riguarda, non metto in dubbio la qualità di quello che esce oggi, ma non si può negare che, colpevole la sovraesposizione musicale di oggi (TV, internet, P2P, blog, myspace…), sia molto più difficile discernere il “degno di essere ricordato” dalla “bigiotteria”.
Tutto ciò non mi ha impedito di innamorarmi di Beirut, I Am Kloot, Bloc Party, Editors…
Probabilmente è anche vero che ad una certa età si vivono le cose, musica inclusa, in maniera più viscerale.
Ecco, volevo scrivere solo due parole, ed invece…
27 Aprile 2009 @ 14:44
A proposito di Tv Spazzatura, ho trovato in rete 1 ottima riflessione sul mondo della tv spazzatura e di tutti i reality.
http://www.voicepopuli.it/italiano/index.php/archives/2008/05/15/lo-specchietto-per-le-allodole/
IL giornalista che ha scritto questo articolo azzarda addirittura un rapporto di causa effetto tra la tv spazzatura e il sogno italiano
di molti extracomunitari…Sinceramente mi ha fatto riflettere