R.E.M: LA TOP 10 DEI BRANI PUBBLICATI NEGLI ANNI ’90

 
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5 ottobre 2017
 

Lo ammetto: sono uno dei tanti “orfani” dei R.E.M., di quelli che ogni tanto si imbuca, quando non sono il primo a innescarle, in qualche discussione sul gruppo, su una loro canzone, su un loro disco, su un loro periodo. Sono stato il gruppo della vita, ma lo saranno sempre. Rappresentano per me non solo la gioventù “quasi” perduta ma anche l’evolversi della stessa, metaforicamente parlando, quando da adolescente toccato dal fuoco sacro della Musica sono cresciuto fino a farmi uomo, con tutti i difetti annessi ovviamente!

Ascoltando le canzoni del quartetto georgiano, sentivo che riuscivano a rappresentare le mie emozioni ed era un bel sollievo in fondo. Lo stesso che provo ancora oggi da quarantenne consumato.

Nello stilare la mia Top Ten delle loro canzoni, spesso e volentieri strombazzata ai quattro venti ma mai svelata (anche perchè in realtà molto fluida e mutevole!) ho pensato che mi sarebbe stato quasi impossibile slegarle dal contesto e dall’epoca in cui uscirono. In fondo coprono quasi 30 anni se ci limitiamo a contare quelli che intercorrono tra l’ep di esordio “Chronic Town” (1982) e l’ultimo disco di inediti “CollapseIntoNow” (2011).

E allora mi sono detto: io li ho scoperti nel 1991, a 14 anni grazie al “The Best” con le canzoni periodo I.R.S. (quello con le maschere in copertina) e poi ho avuto la vera sbronza “in diretta” con le uscite ravvicinate di “Out Of Time” e “Automatic for the People”, quindi mi limiterò a scegliere le mie dieci canzoni preferite del gruppo negli anni ’90 (che di dischi loro ne uscirono ben 5 in quel decennio, tutti diversissimi).

Ps 1 a costo di scontentare qualcuno, forse i più, lascio fuori dalla mia decina le notissime “Losing My Religion” e “Everybody Hurts”, non perché non mi piacciano (anzi!) ma proprio per il loro status di classico “all time”, non solo della loro carriera, ma direi di tutta la storia della musica.

Ps 2 sono “democratico” nell’anima, quindi metterò 2 brani per ogni album

10 – WALK UNAFRAID (1998)

Sono già in difficoltà a mettere in fila la prima della mia lista, che poi sarebbe in realtà l’ultima. E dire che già sto pensando ad altre lasciate amaramente fuori. Ma suvvia, queste sono le mie dieci preferite dei R.E.M. e ci sta alla grande questa canzone tratta da uno dei loro dischi più controversi e, volendo, difficili, se l’aggettivo non suonasse sin troppo aleatorio e generico.

Brano posto in mezzo a “Up”, il primo del post Berry, album che ho faticato a riconoscere all’inizio ma amato visceralmente poi, ha avuto la capacità di sprigionare tutta la sua forza e potenza nelle interpretazioni live, laddove su disco sembrava vivacizzare un po’ il contesto e poco altro. Nulla di più sbagliato: una musica a tratti minacciosa e misteriosa lascia il passo a un bridge da favola e a un ritornello assai trascinante, destinato ad essere uno dei più cantati dalle platee di mezzo mondo ai concerti.

9 – TONGUE (1994)

Una tra le canzoni più stranianti del loro repertorio, forse per l’esecuzione in falsetto di Michael Stipe che ben si presta con la sua delicatezza al tema amoroso visto da una prospettiva da “loser”. Insieme a “Strange Currencies”, ballata che ha il solo difetto di fungere da clone di “Everybody Hurts”, rappresenta la parte morbida di un album urticante, grezzo, sporco come “Monster”, album tra i più controversi del gruppo (ma non l’avevo già detto???)

8 –SO FAST SO NUMB (1996)

Avrei potuto metterla più in alto perché è uno di quegli episodi “minori” che mi ritrovo molto spesso a ripescare su You Tube quando mi prende la nostalgia della band. Canzone bella spigolosa, Stipe grintoso e passionale, Peter Buck che spara riff micidiali e una sezione ritmica poderosa. Ammetto di avere un debole anche per la pochissima considerata “Bittersweet Me”, anch’essa inserita in “New Adventures in Hi-Fi” ma forse è perché il giro di chitarra acustico iniziale mi ricorda molto quello di “Fall On Me” che, per inciso, è la mia canzone preferita in assoluto del gruppo (ops, l’ho detto, vabbè, ma è degli anni ’80 e forse non proporrò mai una vera lista su quel decennio!)

7 – THE SIDEWINDER SLEEPS TONIGHT (1992)

Anche se non sono mai riuscito a cantarci sopra il ritornello, mai una volta (il mio idolo Stipe canta da Dio ma diciamo che a volte si mangia le parole, ecco), questo brano è proprio uno di quelli che mi rappacificano con il mondo, che mi fa star bene e che mi emana positività. La canzone giusta nel momento giusto all’interno di quello scrigno delle meraviglie che è “Automatic For The People”: solare e orecchiabile in quello che è il disco più introverso, acustico, malinconico del loro catalogo. Una melodia così ariosa in cui persino il suono dell’organo giunge, pur nella sua proverbiale solennità, a far decollare la canzone verso vette sempre più maestose.

6 – WHY NOT SMILE (1998)

Una canzone che considero un piccolo gioiello incastonato in un disco in cui prevalgono per la prima volta suoni elettronici – vista anche il vuoto lasciato da Bill Berry dietro la batteria). Per carità, anche qui ci senti dei suoni sintetici, non è la classica ballata ariosa dei R.E.M. ma la dolcezza tocca i suoi vertici nel cantato di Stipe, quasi sussurrato ma pure rassicurante. La coda strumentale finale poi l’ho sempre trovata geniale, così contrastante con l’atmosfera generale.

5 – WHAT’S THE FREQUENCY, KENNETH? (1994)

Non avevamo mai sentito i R.E.M. così rock prima di questo singolo, davvero antitetico alle atmosfere magnifiche ma talvolta dimesse del disco precedente. Già era capace di suggerirti le coordinate in cui si sarebbero mossi i Nostri in un album come “Monster”, che dal vivo prometteva scintille.

Titolo bizzarro ma ispirato a un fatto (meglio, a un…quesito) realmente accaduto in America è una cavalcata vera e propria, dove il gruppo non si risparmia e in 4 minuti secchi, senza mai tirare il fatto, arriva dritto al cuore dell’ascoltatore. Suoni distorti, ritmica serrata e uno Stipe che cambiando look, “rassegnandosi” alle incipienti calvizie, diventa quasi uno sciamano punk.

4 – NEAR WILD HEAVEN (1991)

Questa canzone mi ha fatto veramente innamorare della band. Come accennato in apertura, fu con “Out Of Time” che i R.E.M. diventarono una “cosa mia”, nel senso che acquistai all’uscita il disco in questione e da lì la mia passione musicale cambiò direzione (il “The Best” della I.R.S., con cui li conobbi poco prima, me lo aveva prestato il mio mitico zio Claudio, di 10 anni più vecchio di me, che all’ascolto di “Losing My Religion” considerava ormai il gruppo troppo “commerciale” per la sua indole).

La traccia numero 4 di questo splendido disco è quasi interamente cantata dal bassista Mike Mills, altrove “maestro” dei controcanti, marchio di fabbrica di tante canzoni della fase “ottantiana” della band.

La considero la canzone pop per eccellenza della band, e credo la rappresenti molto nell’essenza, ci sento dentro le radici americane e il testo richiama immagini bellissime.

3 – LOW (1991)

L’ho sempre ritenuta l’altra faccia di “Near Wild Heaven”, che precede, oltre che nella nostra classifica, anche nella scaletta di un album a mio avviso senza punti deboli e forse, paradossalmente, penalizzato nei giudizi dell’epoca dalla presenza sublime ma ingombrante di due singoli bomba come la già citata “Losing My Religion” e la vivace e spensierata “Shiny Happy People”.

“Low” ha davvero poco a che spartire con entrambe e merita il podio per la sua straordinarietà: una musica cupa e ossessiva ma compensata dall’ingresso degli archi ad addolcirne le atmosfere e l’incedere lento e un po’ bofonchiato di Michael Stipe, che poi però ci regala una sferzata da fuoriclasse, salendo di tono e intensità nella parte finale del brano.

2 – E-BOW THE LETTER (1996)

Un duetto sognato, a lungo inseguito e infine coronato quello di Stipe ormai maturo con i suoi 36 anni all’uscita di questo singolo e la sua musa ispiratrice dichiarata Patti Smith. Avevo scoperto da poco all’epoca cosa fosse l’E-Bow (altri gruppi erano soliti utilizzare questo effetto sonoro alla chitarra) ma i R.E.M. l’hanno addirittura richiamato nel titolo, proprio perché l’archetto elettronico utilizzato da Buck caratterizza tutta la canzone, tracciandone l’adeguato mood.

La lettera, sincera e toccante, è invece rivolta all’amico River Phoenix, l’attore morto a soli 23 anni al quale il gruppo aveva già dedicata l’accorata “Let Me In”, contenuta in “Monster”.

E’ una canzone profonda, struggente, triste, commovente, bellissima.

1 – DRIVE (1992)

E nel gradino più alto di questa “faticosissima” per me classifica delle 10 migliori canzoni anni 90 dei R.E.M. ci metto questo capolavoro che apre nel migliore dei modi “Automatic for The People”, il mio album preferito in assoluto del gruppo (va beh, ormai arrivati in fondo ci si può sbilanciare). Una canzone che mette in chiaro che non si tratterà certo di un “Out of Time” in tono minore, ma anzi, di un disco che saprà zittire i (comunque pochi) detrattori dell’ultima ora, quelli che consideravano ormai i miei “amici” georgiani come un gruppo mainstream. Per carità, vendette svariati milioni di copie di qua e di là dell’Oceano ma senza assolutamente strizzare l’occhiolino all’ascoltatore.

Corredato da un video semplice ma di grande impatto, con il cantante (qui vagamente somigliante a…Luke Perry!) impegnato in un bellissimo stage diving, “Drive” delinea con il suo spessore e la sua malinconia il tono generale dell’intero lavoro.

La chitarra acustica in apertura, quelle parole di Stipe che diventano quasi suoni onomatopeici, strofe dai toni ipnotici ma dai messaggi forti, univoci, a far smuovere le coscienze dei ragazzi americani (e non solo). L’ingresso della chitarra elettrica e degli imponenti archi sembrano annunciare un che di apocalittico ma in realtà non cambia il registro poetico del Nostro, giunto mai come in questo periodo ad essere una sorta di modello e guida, lui che sin da un decennio prima poteva già involontariamente contare su una schiera di “discepoli”: i cosiddetti Distiples, gente che costruiva teorie sui suoi giovanili testi criptici e talvolta bizzarri. Ma questa è un’altra storia!

 

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