LA RINASCITA DOPO LA PICCOLA MORTE: LA NOSTRA INTERVISTA A SAMANTHA CRAIN

 
10 Settembre 2020
 

Una seconda possibilità, ecco come Samantha Crain vede il suo nuovo (sesto) album “A Small Death“. La cantante dell’ Oklahoma, in seguito ad un incidente d’auto, in questi ultimi anni ha sofferto di una forte tendinite e di problemi al tunnel carpale, arrivando non solo a non riuscire più a suonare la chitarra ma nemmeno ad alzarsi dal letto per lunghi periodi. Nel disco la cantautrice americana guarda dritto in faccia il dolore fisico ed emotivo (non è mancato infatti un momento di forte e invalidante depressione), lo affronta e lo gestisce, rimettendosi completamente in gioco. Artista sincera, che non ha più paura di mettere in luce le sue debolezze: Samantha Crain ci concede un’emozionante intervista.

L’intervista è stata pubblicata originariamente sul numero 479/480 (luglio/agosto 2020) di Rockerilla

Vorrei partire dalle splendide parole d’affetto che Lucy Rose ha usato per te. Cosa ne pensi di questi attestati di stima?
Non sono molto a mio agio a ricevere complimenti, temo, ma Lucy è stata fantastica ed è andata oltre a delle semplici parole e mi ha davvero mostrato il suo sostegno in tanti modi (pubblicando il mio disco e aiutandomi a destreggiare attraverso tutte le cose che ne derivano). È stata un’amica formidabile e penso che stia davvero offrendo un’esperienza unica e premurosa a ogni artista che pubblica dischi in questo momento.

Possiamo definire questo album come il tuo disco più personale o è un’espressione rischiosa?
Penso che ogni disco sia il mio più personale, al momento della pubblicazione. Certo, “A Small Death” è quasi completamente autobiografico, ma anche quando scrivo o parlo di un altro personaggio e ne elaboro una storia, creare è sempre e comunque la cosa più personale per me, anzi, è il modo in cui mi muovo nella vita ed esploro un’esistenza che può essere dolorosa e spettacolare. C’è un rischio dietro a questo? Si, ma mi piacerebbe pensare che ogni forma di vulnerabilità, come l’esporsi in una canzone, sia un azzardo, ma non è certo la cosa più rischiosa, credo di esserne abbastanza consapevole. Sai, mi ci sono voluti molti anni per arrivare al punto di poter affrontare molti dei traumi affrontati in queste canzoni, quindi sì, in un certo senso, credo sia un atto davvero coraggioso.

“A Small Death” sembra essere un titolo che si riferisce a come ti sentivi quando non potevi suonare. Possiamo dire però che c’è stata una tua personale “resurrezione” dopo la morte?
Sì, mi è proprio sembrato di aver vissuto una sorta di resurrezione, una nuova fase della vita dopo aver lasciato che il legno morto bruciasse. Ma quello che sto imparando ora, proprio nel breve lasso di tempo da quando ho scritto questo disco, è che tutto deve sempre ricominciare da capo. Dobbiamo costantemente ricalibrare, fare il punto della situazione, ricominciare da capo e questa è solo una parte della vita.

Sinceramente, cos’hai provato la prima volta che hai ricominciato a suonare la chitarra dopo tanto tempo?
È stato molto emozionante. In realtà, i primi spettacoli in cui ho suonato, dopo aver passato più di un anno senza poter suonare, sono stati questi show casalinghi e ricordo solo che per due settimane, nel bel mezzo del set, quando ero coinvolta, mi bastava appoggiare la testa sul del corpo della chitarra per sentire le vibrazioni mentre suonavo. Mi sentivo così grata di quel momento, se capisci.
Pensi che un album nato in un periodo così difficile della tua vita possa essere definito triste e pessimista o, al contrario, è un album in cui emerge comunque la speranza?
Non considero questo album un disco triste. Penso che ci sia una speranza. Conosco persone diverse che scrivono per motivi diversi. Alcuni lo fanno per elaborare gli eventi e i momenti che vivono e io stessa l’ho fatto in passato, quindi ho creato canzoni molto tristi. Ma in questo album, beh, mi sento come se avessi scritto in modo catartico, per superare il dolore dopo averlo attraversato, quindi, se emerge quest’ottica, io vedo il tutto come qualcosa che infonde una speranza, come l’altro lato dell’oscurità.

Adoro “Pastime”. Mi ha ricordato alcuni suoni dell’ultimo album di Soccer Mommy. Una canzone che dimostra, ancora una volta, come il termine “pop” non debba far paura. Cosa ne pensi?
Sicuramente non ho paura della musica pop. Amo la buona musica pop. Il testo di questo brano si basa sulla riscoperta di me stessa e della mia sensibilità come persona, quindi ha senso che sia una canzone pop, perché volevo che incarnasse quella leggerezza, ma anche che fosse meditativa, in quel modo che l’ascoltatore ci si potesse perdere dentro e non ricordasse se l’aveva ascoltata per 30 secondi o 30 minuti.

Album dopo album hai migliorato continuamente la tua capacità di arrangiare le canzoni. Ci sono archi e strumenti a fiato che si integrano perfettamente con la chitarra e con la tua voce, dando un tocco melodico favoloso. Questi arrangiamenti che inserisci (penso, per esempio, a “Constructive Eviction” o al sax in “Garden Dove”) nella canzone sono già nella tua testa, fin dall’inizio, o sono nati in studio?
Mi è molto difficile spiegare il processo creativo. A volte non capisco nemmeno come nascono le registrazioni. Posso solo dire che cose come il sax o il clarinetto o la tromba (strumenti che non suono) sono circa metà idee che sento già nella mia testa e metà idee interpretative dei musicisti che porto in studio. Conosco sempre la collocazione di certi strumenti e so come vorrei suonassero, più o meno, e lo comunico: a volte ho idee melodiche specifiche che posso canticchiare o suonare al pianoforte al musicisti e ho ben chiaro come lo strumento dovrebbe farsi sentire, ma poi il resto è lasciato alla magia, all’improvvisazione e alla capacità di catturare quel fulmine in una bottiglia.

Ho letto che, secondo te, la canzone più rappresentativa dell’album è “An Echo”, ma posso dirti che, se dovessi trovare una canzone che simboleggiasse l’intero album, direi “Tough For You”? Mi viene la pelle d’oca: quella dolce melodia con la chitarra, il pianoforte, la tua voce quasi sussurrata. Cosa ne pensi?
Ti ringrazio. Sai, qui non c’è una risposta giusta o sbagliata in merito a quale sia la canzone più rappresentativa dell’album. Questo è il bello dell’arte, è soggettivo. Comunque “Tough For You” è una vera e propria canzone da terapia, contiene delle vere e proprie perle di “revisione dell’infanzia“. Gran parte del mio comportamento autodistruttivo durante l’età adulta è stato un effetto della mia incapacità di mostrarmi vulnerabile agli occhi degli altri (tranne che sul palco a cantare canzoni, immagino, ma anche lì c’è una zona sicura di separazione). Mi sono sfinita cercando di credere al mio valore assoluto e alla mia resistenza e questa canzone entra proprio in questo discorso e in questo mio modo di fare.

Nelle ultime tre canzoni del disco mi sembra che tu abbia voluto creare un suono più intimo. Le canzoni diventano più semplici e meno ricche di strumenti. È stata una scelta deliberata quella di chiudere l’album in modo più spartano e raccolto?
Non credo, in origine, di aver pensato proprio questo quando stavo tracciando la tracklist, spesso per me è solo una sensazione istintiva, ma, ora che ci penso, forse hai appena espresso, a parole, il motivo per cui quelle canzoni stavano tutte bene insieme alla fine del disco.

Ora, dopo tutto questo percorso doloroso e difficile in cui sei stata coinvolta e nel quale ti sei reinventata sia come persona che come artista, quando ti guardi allo specchio cosa vedi?
Questa è una domanda difficile. Voglio interpretare tutto come un viaggio. So cosa voglio vedere e so che la mia percezione di ciò che vedo è diversa quasi ogni giorno. Una volta che trovi un senso di pace, beh, è molto difficile voler continuare a cercare e a crescere, proprio per paura di perdere quella (rara) serenità trovata e per la quale hai duramente combattuto, ma d’altra parte credo che proprio questo sia il richiamo per l’artista per continuare nella sua arte. Ti dirò che oggi vedo qualcuno capace di cambiare, di resistere, di amare e di riflettere, ma voglio essere più coraggiosa e meno attenta a certe cose.

Grazie mille per la tua gentilezza Samantha. Ho ancora solo una piccola domanda sulla cover. Quel disegno è realmente capace di attirare la mia attenzione Sembrano corpi o frammenti di corpi intrecciati. Potrebbe essere la perfetta rappresentazione visiva di ciò che significa rinascere, trasformarsi, la volontà di cambiare, abbandonare il vecchio per trovare il nuovo (senza però che la parte vecchia scompaia completamente)?
Sì, hai ragione. Dopo aver parlato dell’album con la mia amica Amanda Maciel Antunes, lei ha realizzato i quadri per la cover. Ha creato quadri con corpi in transizione, in costante mutazione, con frammenti lasciati al lato della strada ancora visibili. Quindi sì, hai proprio colpito nel segno con la rappresentazione visiva dell’album.

“A Small Death” is OUT TODAY! Yakoke to everyone who worked so tirelessly on this record, everyone at Real Kind Records,…

Pubblicato da Samantha Crain su Venerdì 17 luglio 2020

 

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