“LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA”: IL NUOVO ALBUM DEI TURIN BRAKES COME RIMEDIO PER TEMPI MOLESTI

 
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16 Settembre 2022
 

Sono passati più di vent’anni dagli esordi dei Turin Brakes. Inseriti, a suo tempo, nel calderone del “New Acoustic Movement” dalla pigra stampa britannica, hanno ben dimostrato, nel corso degli anni, di meritare attenzioni e consenso, costruendo una solida discografia e una reputazione live di tutto rispetto. Il loro ultimo album, “Wide- Eyed Nowhere”, uscito il mese scorso, non ha deluso le attese, anzi, ci è proprio servito come spunto per fare una piacevole chiacchierata con Olly Knights, cantante della band inglese. Andamento morbido per i Turin Brakes, capaci di cullarci con gentilezza, mentre le chitarre acustiche disegnano trame rassicuranti pop-folk, infondendo melodia in caldi abbracci musicali che giocano su intrecci vocali, chitarre e piano che fa capolino, strumenti classici ma usati sempre con sagacia. In tempi travagliati come i nostri la musica non può essere essere oasi di pace? Suoni avvolgenti e “cordiali” non possono essere appiglio e respiro in mezzo a una frenesia che rischia di trasportarci via? I Turin Brakes hanno ormai un marchio di fabbri consolidato, quello che riesce a fare questo disco è metterlo in risalto, facendolo risultare ancora una volta credibile (e già questo non è poco), consegnando un pugno di brani che entrano prima nel cuore e poi nella testa.

Ciao Olly, da dove mi stai scrivendo?
Ciao Riccardo, ti scrivo dal mio studio musicale nel sud-ovest di Londra, dove abbiamo ultimato il nuovo album.

Ormai la vostra discografia è lunga, ricca di uscite, ma, dimmi la verità…c’è sempre la stessa eccitazione, come agli inizi, quando esce un nuovo album?
La paura e l’eccitazione non spariscono mai. Siamo realistici, non siamo certo di nuovo corso, ma abbiamo ancora cose da dire con la musica e ogni nuovo disco è il nostro tentativo di connetterci, di nuovo, tra di noi e il pubblico, non si può mai prevedere come andrà.

La pandemia ha sconvolto il nostro mondo. Quanto ha influenzato (se lo ha fatto, ovviamente) la vostra scrittura e questo disco?
Ho scritto la maggior parte delle canzoni prima della pandemia e sono contento di averlo fatto, credo che sia stato detto abbastanza su questo argomento dalla maggior parte delle persone. Alcune canzoni, come “Isolation”, ad esempio, sembravano prevederla, ma a ben guardare non sono collegate! Avevo realizzato molti demo su un registratore a cassette a 4 tracce nel 2018/19 e avevano una bella sensazione, una bel gusto naturale, erano groovy, un po’ funky e con un sacco di anima. Tutto questo ci ha fatto capire che dovevamo fare un disco più “casalingo”, qualcosa di molto vicino a quanto fatto da me, per mantenere quel mood, così lo abbiamo realizzato nello studio di casa mia e nel giardino.

Il vostro sound è ormai consolidato e riconoscibile. Come ci si sente ad essere arrivati al punto in cui la gente dice…”Ma certo, conosco questi ragazzi, dai, sono i Turin Brakes!“? Credo che sia una bella sensazione, vero?
Siamo fortunati, si. Io credo che il modo di suonare la chitarra di Gale e la mia voce siano molto riconoscibili, sopratutto perché non li abbiamo mai nascosti in una produzione eccessiva o “corretti” con la tecnologia. Ogni album è un momento per vedere dove sono questi suoni ora, come sono invecchiati, cosa stanno facendo. Abbiamo anche un suono di batteria che è inconfondibile, credo. Fare parte di una band è una specie di battaglia per superare la diffidenza verso i propri suoni, anche personali, e vederli come un punto di forza unico, l’essere diversi è il punto.

La prima cosa che si avverte, nel nuovo album, è un senso di “serenità”, se mi permetti il termine. Succede spesso nei vostri album, ma forse qui ancora più che in passato. Tutto è molto misurato, morbido, avvolgente, con una grande attenzione alle melodie, come se il vostro intento fosse quello di “far star bene” l’ascoltatore e trasmettere, ora più che mai, buone sensazioni. Che ne dite?
Ti ringrazio! Sì, è una cosa piuttosto stratificata e progettata, abbiamo già fatto degli album, in passato, che si basavano più sul concetto di performance dal vivo, più immediati, ma questo disco invece ha richiesto più tempo ed è stato realizzato come “a strati”, nel corso del tempo, così da avere dettagli più particolareggiati. Vogliamo che ci faccia sentire bene, ma anche che incoraggi un po’ di riflessione, forse anche un po’ di curiosità.

Mi è piaciuta molto la scelta di mettere una canzone veloce e ritmata come “Isolation” proprio nel mezzo del disco: sembra quasi che voglia dirci “è ora di muoversi, di ballare”, dopo la tranquillità dei primi brani. Uno shock sonoro messo nel punto giusto….
È l’inizio del lato B del vinile. Per me significa passare dall’atmosfera più retrò del lato A al futuro.Il lato B è più estremo e caotico, come sembra essere la vita in questo momento.

Di “Rain and Hurricanes” amo il lavoro ritmico (che cresce nel corso della canzone) e la malinconia che riesca evocare. Come è nato questo brano?
È nato come un brano dal suono esotico che Gale mi ha inviato. Mi è piaciuto immediatamente e ho pensato subito al testo, alle parole che sembrano parlare di qualcuno che confessa di essere quasi pronto a fare un grande cambiamento, di essere stanco di fingere e di voler diventare il suo vero io: “La mia mente è una bomba…non voglio svegliarmi uguale a tutti…“.

“Up For Grabs” è una di quelle canzoni che sembra fatta apposta per essere cantata dal vivo. Ha questo “la la la la” che ti entra subito in testa… mi immagino già il pubblico che la canta. Sono sicuro non vediate l’ora di suonarla. Com’è stata senza concerti?
Sì, è vero i “la la la” di cui parli sono stati la prima melodia che ho avuto per la musica e abbiamo continuato ad aggiungervi le voci. Le figlie di Gale la cantano come me sul disco e adoro questo timbro giovane e da adolescente che aggiunge una nuova struttura. Sul discorso dei live, beh, ti assicuro che non abbiamo mai aspettato così tanto per suonare dal vivo, è stata una grande rottura, ma, ti dirò, forse dopo 20 anni ne avevamo bisogno! Un po’ di pausa, seppure forzata.

La mia canzone preferita del nuovo album è proprio la title track. È così evocativa ed emotiva. Ti ricordi i Geneva? Erano una band scozzese degli anni 90. Mi piacevano molto. Questa canzone canzone mi ricorda molto il loro sound.
Grazie per il suggerimento. Li andrò a cercare. A me il brano mi ricorda i Talk Talk della stessa epoca, credo. C’è questa sensazione corale, come se un coro si esibisse in uno spazio enorme, ma poi entrano queste grandi batterie e andiamo su Marte! La canzone parla di sentirsi svegli all’interno di un sogno, tra due mondi e di dissolvere l’ego nel nulla, questo è il significato di “Wide Eye’d Nowhere”.

Sono sicuro che ti piacciono tutte le canzoni del tuo album, ma ce n’è una in particolare che ti entusiasma?
Mi piace molto la canzone finale “No Rainbow”. Sembra una canzone country soul, ma il testo parla della volontà di cambiamento dopo aver sopportato un dolore emotivo troppo a lungo. Forse è un brano un po’ triste, ma ho sempre amato le canzoni tristi sull’essere umano in questa pazza cosa che chiamiamo esistenza!

C’è qualcosa nel disco che è arrivata in modo inaspettato? Un suono, un arrangiamento, un testo…
Credo che la canzone “World Like That” mi abbia sorpreso. Ha una sensibilità così pop, come se volesse andare incontro a tutti e tutto ed è così sicura di sé. Forse perché ha un messaggio: forse possiamo davvero cambiare le cose se non vogliamo vivere in un mondo come questo.

Ho un bellissimo ricordo dei vostri concerti in Italia. I Turin Brakes hanno sempre avuto molti fan in Italia e tutti i vostri concerti sono sempre stati pieni di momenti magici. Che ricordi avete del nostro Paese?
Non siamo mai così felici come quando passiamo del tempo in Italia. Sono sincero Riccardo. Amiamo la vostra cultura e il fatto di sentirci come fossimo a casa nostra. Ricordo anche io con piacere i magici spettacoli italiani, hai usato la parola giusta: c’è sempre qualcosa di speciale nell’aria. La gente sembra sintonizzarsi con la natura più eterea della band, quella parte che va oltre le parole e che è solo una pura sensazione, il sentimento più puro.

L’ultima domanda non può che riguardare “The Optimist LP”, che l’anno scorso ha celebrato il suo 20° anniversario. Immagino sia meraviglioso per voi vedere come quel disco abbia lasciato un segno importante per molte persone: è un lavoro ancora così amato e rispettato. Riascoltarlo dopo 21 anni, che effetto vi fa?
Per noi è una macchina del tempo. Appena lo ascolto, per un second,o mi sembra di essere tornato ad avere 22 anni. Ancora non riesco a credere che abbiamo realizzato qualcosa di così “fedele a se stesso” e che abbia avuto così tanto successo. Non succede molto spesso. Tutti questi anni dopo stiamo ancora surfando sulla sua onda…

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