I Black Lips sono 4 ragazzi di Atlanta ben noti al loro pubblico soprattutto per l’attitudine sporca, cacionara e casinista dei loro concerti. Per chi di voi si fosse, per puro caso, trovato nella folla innaffiata di birra durante il festival di Benicassim del 2008, di fianco ad un ragazzo completamente nudo che si chiedeva dove fossero finiti i suoi vestiti, sarebbe leggittimo aspettarsi un convolgimento simile anche stasera al MusicDrome di Milano. Invece sin dall’arrivo, stranamente puntuale, dei quattro sulla scena, si intuisce che l’etilometro del gruppo viaggia su ritmi meno pericolosi del solito. Lo capisce anche il pubblico del locale, tuttavia piuttosto gremito, ma sprovvisto di eccezionale trasporto ed entusiasmo. Tant’ è che non è per nulla difficile costeggiare il blocco centrale di persone e piazzarsi sotto al palco senza alcun problema. Il suono che esce dagli amplificatori è grezzo e impuro, e coglie perfettamente l’atmosfera delle canzoni scelte dai Black Lips per la serata. Infatti quando attaccano “Drugs”, con la voce del bassista-cantante Jared Swilley, che sembra abbia appena aspirato un palloncino pieno d’ elio, e “Short Fuse”, s’intende che il riscaldamento è completato e si può già  iniziare a suonare i primi 3 album nelle loro accezioni più tendenti al punk e al garage da amplificatori tagliati con le lamette.

Strana scelta perchè anche l’ultimo lavoro contiene del potenziale che potrebbe far molta presa sulla gente dal vivo, invece viene completamente snobbato per tutto il resto del concerto e rimane solo ‘citato’ in queste due eccezioni. E se sul palco la pazzia si limita a qualche mossetta del baffuto di turno, che questa volta è il chitarrista Cole Alexander, di rimpetto il pubblico fatica un po’ a scaldarsi completamente, o meglio a surriscaldarsi, come sarebbe maleducatamente giusto. A parte i pezzi più consolidati, quelli che per forza di cose devono smuovere e far scattare qualche molla, ovvero “Katrina”, “Bad Kids” e “Juvenile”, una specie di svogliatezza si diffonde nell’aria, partendo dal palco e propagandosi all’interno del locale. Tutti ci si diverte, ma si potrebbe fare di più. E nemmeno quando Cole trascura un po’ la tecnica esecutiva e tenta più volte di sputare in aria per poi riprendere la sua saliva al volo, fiero e punk come non mai, le cose cambiano di molto. Certo aspirare quello che esce dalla macchina del fumo non dev’essere nemmeno troppo salutare, ma è sintomo di una certa noia che già  si manifestava nel suo sguardo sotto a quel cappellaccio da contadino. Tanto ad occuparsi del livello musicale dell’esibizione ci pensa la parte ritmica , basso sempre preciso, e batteria incessantemente pestata a dovere da quel caschetto di capelli a moto perpetuo di Joe Bradley, che per inciso è anche il più bravo dei 4 a cantare.

Quindi tra le atmosfere psichedeliche di “Hippie Hippie Hoorah”,il western-rock di “Cold Hands” e i coretti doo woop in “Too Much in Love” il resto del concerto fila via un po’ per inerzia. E un po’ perchè le canzoni sono talmente brevi (tutte mai più lunghe di 3 minuti) che anche la sola ora in cui suonano i quattro di Atlanta sembra dilatata, e persino la finta uscita di rito prima del bis dura appena il tempo di nascondersi dietro al palco per qualche secondo. Certo se tutti sapessero che “Dirty Hands” è dedicata ad un loro amico da poco scomparso, lo stesso destinatario della bellissima “I’ll Be With You”, le urla a squarcia gola e gli occhi chiusi commuoverebbero tutti, ma non è ovviamente possibile. Finito tutto rimane di certo una piacevole serata, i Black Lips hanno davvero delle belle canzoni semplici ed efficaci, a volte ruvide e urlate con voce roca ed un sound 60′ che fa capire quanto siano loro stessi i primi ad amare quel genere. à‰ mancata solo la connessione con il pubblico, di certo non esclusivamente per colpa loro. Poi accade quello che non ti aspetti. Cole, il più scazzato sul palco, esce immediatamente dai camerini e si butta in mezzo alla gente cercandola, disponibile e gentile con tutti. Certo i baci con l’altro chitarrista (Ian ‘denti di diamante’ Saint Pè), la nudità  e l’alcool a fiumi funzionano bene di solito come intrattenimento, ma anche questo non è male.

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