“Born To Kill” chiude il lungo silenzio discografico dei Social Distortion, rimasti fermi per ben quindici anni dopo l’uscita del precedente “Hard Times and Nursery Rhymes” nel 2011. Un lavoro completato con non poche difficoltà, tra mille impegni live e soprattutto la diagnosi di un tumore alle tonsille che ha sciaguratamente colpito il cantante e chitarrista Mike Ness, autore unico dei brani e ultimo superstite della formazione originale del gruppo californiano nato nel lontano 1978.

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Quasi mezzo secolo di carriera da onorare con undici tracce non troppo lontane dal classico sound dei nostri: punk rock onesto e genuino, senza fronzoli, imbevuto di quel sano “americanismo” che si palesa in maniera lampante nelle percettibilissime influenze blues, country, hard rock e rock and roll dalle sfumature vintage.

Grinta, coerenza, sfrontatezza ed energia cruda restano i quattro ingredienti alla base della ricetta dei Social Distortion, da sempre unici nel loro riuscire a incorporare l’aggressività figlia dell’hardcore anni ’80 e lo slancio “da arena” di un Bruce Springsteen cresciuto a Sex Pistols e Ramones. Ma il quartetto statunitense, ormai più che maturo, non graffia più come una volta, e si limita a confezionare un buon album che solo a tratti riesce a farsi davvero eccitante.

Brani come la title track, “No Way Out”, “Partners In Crime” e “Walk Away (Don’t Look Back)” funzionano alla grande nella loro apparente semplicità fatta di vibranti melodie pregne di orgoglio, ritornelli di grande impatto, lunghi assoli ben cesellati e muri di chitarre non più imponenti come una trentina di anni fa ma ancora ben saldi.

Il caratteristico “ringhio” di Mike Ness, per forza di cose più debole rispetto al passato, colpisce con la forza di un pugno di emozioni che si fa particolarmente incisivo nei pezzi nei quali il tipico piglio anthemico dei Social Distortion è in rilievo, molti dei quali midtempo o leggermente più soft (“The Way Things Were”, “Tonight”, “Don’t Keep Me Hanging On”, una “Crazy Dreamer” interpretata in duetto con Lucinda Williams che sprizza country da tutti i pori). Tutta roba già sentita? Sì, senza ombra di dubbio. Ma che importa: è sempre bello rincontrare, dopo così tanti anni, vecchie glorie del passato. Lo smalto è andato perso, ma la passione batte ancora. L’ennesima cover di “Wicked Game”, però, ce la potevano anche risparmiare.