La prima cosa che dovete sapere sui Westside Cowboy è che vengono da Manchester e vogliono suonare americani.

La seconda è che, fortunatamente, non ci riescono. E grazie a Dio.

Perché se “It Goes On”, il loro primo album, fosse semplicemente un altro disco di quattro ragazzi britannici che hanno ascoltato troppo Pavement, Wilco, The Replacements, Strokes e una quantità imprecisata di dischi country comprati su Discogs, probabilmente a questo punto avrei già trovato una scusa per andare a mettere su un vecchio disco degli Smiths.

Invece no.
Questi quattro mocciosi hanno qualcosa.

Il quartetto — Jimmy Bradbury, Reuben Haycocks, Aoife Anson-O’Connell e Paddy Murphy — arriva al primo album dopo un 2025 che li ha portati dal circuito locale fino al Glastonbury Emerging Talent Competition e a una crescita rapidissima. Ma la cosa più interessante non è il successo improvviso. È che, ascoltandoli parlare, sembra quasi che abbiano scoperto tutto questo mentre lo stavano facendo. Non hanno un grande progetto teorico da dimostrare. Vogliono suonare, stare insieme, scrivere canzoni. E soprattutto vogliono che quelle canzoni funzionino.

Credit: Clémentine Schneidermann

Reuben racconta di come la band abbia cercato di liberarsi dalla pressione di scrivere “come Westside Cowboy” immaginando di essere qualcun altro. Jeff Tweedy, Stephen Merritt, un misterioso tizio seduto al bar con una chitarra. Paddy parla di un personaggio che conosce soltanto tre accordi maggiori e che, senza preoccuparsi di mode, pedali, o di un synth modulare da 4.000 sterline, si mette semplicemente a cantare una canzone.

Questa è la religione dei Westside Cowboy. Una canzone prima del genere. Una canzone che deve sopravvivere se le togli tutto.
Ed è per questo che “It Goes On” è contemporaneamente un disco che sembra aver ascoltato cinquant’anni di musica e un disco che, in certi momenti, sembra non aver ascoltato assolutamente niente. Questa contraddizione è il suo cuore.
Loro la chiamano “Britannicana”. È una parola talmente stupida che finisce per essere perfetta.

Prendete il primo brano. Reuben canta con quella voce malinconica, le chitarre iniziano a girare, poi entrano gli altri, la canzone cresce, cresce ancora, e improvvisamente hai quella voce di Aoife che ripete: “Have you heard that the boys, they are gone this time?” È una scelta bellissima. La canzone smette di appartenere a Reuben. Diventa dei Cowboys.

E io penso: accidenti. Questi ragazzi hanno capito una cosa che molte band impiegano vent’anni a capire.
Le voci sono strumenti. Non devono esserci una voce principale e tre persone dietro che fanno “uh-uh”.
No. Qui la canzone passa di mano in mano. Nasce da uno. Diventa di quattro. E poi diventa di chi ascolta. Questo concetto ritorna continuamente nel disco.

“It Goes On” è pieno di chitarre. Ma non è un disco che usa le chitarre per costruire un’identità sonora monolitica. Le chitarre cambiano continuamente pelle.
In Dobro diventano calde, distorte, quasi slacker, con una linea di basso avvolgente e un finale che sembra sul punto di esplodere. Il titolo promette Americana. Il brano invece sembra essere stato rapinato dagli Strokes.
Jimmy canta come se Casablancas avesse perso la metropolitana e fosse finito a Manchester. La chitarra sembra aver trovato Nick Valensi in un vicolo e avergli chiesto indicazioni. E il bello è che il dobro, naturalmente, non c’è. Il dobro è un’idea, un’immagine, un fantasma americano

È come se questi ragazzi dicessero: “Non abbiamo bisogno di usare lo strumento. Ci basta sapere che esiste.” Questa è la loro Americana. Non è geografica. È mentale.

In Pin Up Boys le chitarre diventano invece nervose, angolari, quasi newyorkesi, graffiano. Si possono sentire echi di Television, Blondie, del punk che sta diventando New Wave. E quando tutto sembra pronto per l’ennesima esplosione, la band si ferma di colpo e lascia soltanto il dialogo vocale fra Reuben e Aoife.

In Worried Age costruiscono una delle architetture più elaborate del disco: entrate e uscite degli strumenti, cambi di ritmo, pieni e vuoti, tensione che cresce progressivamente fino a trasformare l’ansia del testo in una vera narrazione sonora.

In Big Wheels, fanno l’opposto. Sottraggono. La chitarra diventa morbida, quasi vellutata. La voce si avvicina al microfono. Il brano sembra respirare. E dentro questa delicatezza compare una delle immagini più belle dell’intero disco:
“I remember a time where you could be found / With your Blockbuster DVDs.”
È un verso straordinario perché prende un oggetto banale, quasi ridicolo nel 2026, e lo trasforma in un oggetto della memoria. Blockbuster non è più una catena di videonoleggi: diventa un mondo fatto di divani, film scelti insieme, case abitate, persone che sapevi dove trovare. Poi arriva il vento, le porte cigolano. La casa è vuota e improvvisamente quella nostalgia diventa quasi una storia di fantasmi.

La musica dice una cosa ma spesso i testi ne dicono un’altra È forse questa la scoperta più importante fatta durante l’ascolto dell’album.
I Westside Cowboy non accompagnano semplicemente i loro testi, spesso li contraddicono con gli strumenti.

“Paperchains” è l’esempio perfetto: il ritmo potrebbe trascinarti in avanti, mentre il testo descrive una relazione diventata un guscio freddo, una routine emotiva dalla quale sembra impossibile uscire.

“Worried Age” trasforma un problema psicologico in un crescendo fisico, forse uno dei momenti psicologicamente più scoperti del disco, dove l’amore che si vorrebbe dare si scontra con il panico, la freddezza e l’incapacità di comunicare.

“Pin Up Boys” prende frustrazione, invisibilità e perdita di controllo e li trasforma in energia rock.

“Patchwork” comincia con una chitarra acustica e la voce di Jimmy, quasi come una confessione folk, poi introduce il piano di Aoife e progressivamente perde il controllo fino a precipitare in un finale noise.

È una delle immagini più belle del disco: il protagonista ammette che ci vorrebbe “un sacco di patchwork” per coprire i propri peccati e la musica risponde rompendosi. Non puoi ricucire tutto. Allora il suono collassa.

Anche i personaggi della canzoni non sono necessariamente loro.
I testi non vogliono essere confessioni diaristiche. Reuben dice di essere troppo imbarazzato per scrivere in modo completamente letterale della propria vita. Preferisce prendere un sentimento reale, mascherarlo, aggiungere immagini, spostarlo altrove. Le canzoni diventano contemporaneamente personali e universali.

Se la prima metà del disco è dominata soprattutto dai rapporti umani, dalla memoria e dalla crisi personale, Coyote allarga improvvisamente l’orizzonte.
Aoife canta. La chitarra arpeggia. Sembra quasi una canzone che potrebbe essere suonata davanti a un camino. Poi scopri che parla di una foresta che viene distrutta dall’asfalto e del coyote che dovrebbe andarsene perché l’uomo è arrivato. Questo è un testo ambientalista? Sì. Ma è molto più interessante di un testo ambientalista perché qui il problema non è “salviamo la natura”. Il problema è: chi ti ha dato il diritto di essere qui? Il coyote non ha invaso niente. Noi sì.
E quando alla fine arriva l’idea di non aver mai dovuto vedere quell’animale, capisci che l’incontro stesso è diventato una prova della distruzione. E la band anche qui evita la soluzione più semplice: non trasforma la protesta in rabbia sonora, la canta dolcemente. Naturalmente

Perché questi ragazzini adorano contraddire le nostre aspettative.

Dopo tanti brani costruiti secondo il meccanismo quiet/loud, “Take My Leaving as I Love You” sembra quasi un atto di ribellione interna. È una ballata e rimane una ballata. Non esplode. Reuben canta l’inevitabilità della fine di una relazione e trasforma l’abbandono in una forma di amore: me ne vado perché restare significherebbe continuare a farci male.
Qui non ci sono effetti che nascondano la solitudine. C’è la stanza. C’è la voce. C’è la canzone. Ed è sufficiente. È una delle cose più coraggiose che fanno nell’intero album. Perché la tentazione sarebbe costruire un altro crescendo. Questa è una canzone sull’accettazione, non sull’abbandono. Sull’amore che capisce quando deve togliersi di mezzo e allora la musica non combatte. Non urla. Non scappa. Come qualcuno che ha capito che l’unica cosa gentile da fare è andarsene.

E poi, finalmente, arriviamo alla fine.
“You Could Have Died There On The Dancefloor.”
Un titolo folle. Una storia folle. Un incidente. Una crisi e la paura di essere lasciati. Reuben comincia quasi parlando. Poi entrano gli altri, Aoife, le armonie, le chitarre, la batteria, tutto.
E il disco che per dieci canzoni ci ha insegnato a leggere i suoi segnali arriva finalmente al punto in cui non può più trattenersi.

“Please keep me around.”

E qui, se siete cresciuti con gli Smiths, avete un problema. Perché è impossibile non sentire in lontananza quel “Please keep me in mind” di “Well I Wonder”.
Non so se sia un riferimento cosciente e non mi interessa particolarmente. Perché funziona. E funziona soprattutto perché Manchester è lì, dietro tutto il disco. Non la Manchester turistica. Non la Manchester da cartolina.
È la Manchester della memoria musicale.

La città che ha prodotto una quantità quasi ridicola di ragazzi che hanno preso una chitarra e hanno cercato di dare un nome alla propria inquietudine.
Questi quattro stanno facendo la stessa cosa.
Solo che hanno 22 anni e forse è questo il punto.

Non credo che “It Goes On” sia un album da amare necessariamente al primo ascolto. Credo sia un album che vuole essere frequentato. Devi tornare. Devi ascoltare i testi.

Devi accorgerti che la voce che avevi sentito come semplice coro in realtà è Aoife che sta cambiando completamente la prospettiva del pezzo.
Devi capire perché una chitarra suona in quel modo. Devi notare che il crescendo di “Patchwork” non è un vezzo, ma la canzone che si disintegra.

Devi accorgerti che “Big Wheels” sta parlando di una casa vuota mentre tu stai semplicemente godendoti quella chitarra.

Devi arrivare alla fine e renderti conto che, dopo tutto quel casino, quello che resta è una persona che chiede soltanto:

non lasciarmi qui.

È allora che il disco comincia davvero a funzionare.
Immaginano di essere Lou Reed, Casablancas, Tweedy, Morrissey, Dylan, Cohen, un vecchio folk singer seduto al fuoco.

E poi tornano a essere loro.

Stanno fotografando quattro ragazzi di Manchester mentre sono ancora quattro ragazzi di Manchester.
Stanno imparando.
Si contraddicono.
Copiano.
Rubano.
Giocano.
Non è un disco perfetto.

Grazie a Dio.

Ci sono momenti in cui sembra che possano fare qualunque cosa e altri in cui sembrano ancora quattro ragazzi che stanno scoprendo quanto è grande la stanza in cui sono entrati.

Ma è proprio questa precarietà a renderlo vivo.