S. Bollmann, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Chiudiamo questo mese di settembre con un altro interessante concerto che ci porta, proprio come ieri sera, sotto il cavalcaferrovia di via Stalingrado e più precisamente al Freakout Club.

Oggi a esibirsi sul palco della sempre interessantissima venue felsinea diretta da Daniele Lipparini è King Dude, che torna in Italia per la prima volta dal 2019, come ricorderà anche l’artista statunitense durante il suo live-show.

Chi scrive aveva già visto il musicista originario di Seattle esattamente dieci anni fa all’Handmade Festival di Guastalla (RE), in una gloriosa edizione che aveva ospitato anche The Wave Pictures, Girls Names, Of The Wand & The Moon e Fuzz Orchestra, solo per citarne alcuni.

Il disco più recente di TJ Cowgill, questo il suo vero nome, è “Songs Of The 1940s – Vol. 3&4″, uscito ad aprile 2024, ma la sua setlist di stasera prenderà da quasi tutti i suoi album a cominciare proprio dal suo debutto full-length “Tonight’s Special Death”, uscito nell’ormai lontano 2010.

Lo statunitense, accompagnato dal percussionista Gary (definito sui social come “il mio braccio destro sul cammino della mia mano sinistra“), sale sul palco quando sono quasi le undici meno dieci e apre il suo set con la nuovissima “Sunset Sky”, una canzone pubblicata da poche settimane e scritta proprio mentre si preparava per questo tour europeo: il brano ci presenta subito la sua visione folk dai toni noir e quasi cinematografici, semplici, ma altrettanto emozionanti.

King Dude ama chiacchierare con il pubblico bolognese, mentre ci regala momenti da brividi come succede in “Forty Fives Say Six Six Six”, che sembra provenire da una desolata landa desertica, mentre le percussioni di Gary, che supportano la chitarra acustica di Cowgill, aggiungono un maggiore senso di buio e, in un certo senso di paura e di intensità.

Anche “Witch’s Hammer” ci porta su territori infiniti e vuoti come un deserto, aggiungendo anche una leggera vena psichedelica in mezzo a quel folk così cupo caratterizzato intensamente dalla profonda voce dello statunitense.

Se “The Hottest Girl On Earth”, scritta in Australia, aumenta il ritmo e aggiunge luce e melodie al suono di Cowgill, pur rimanendo malinconica, “Silver Crucifix” chiude il set con un folk delicato e pieno di passione.

Lunga pausa sigaretta di quasi dieci minuti per gli spettatori (“non per me, io non fumo“, specifica il musicista originario di Seattle) e poi c’è spazio ancora per un gustoso encore di ben sei pezzi fatto praticamente tutto di richieste dei fan bolognesi – anche se alcune, dobbiamo ammetterlo, vengono respinte.

Dal folk gentile e romantico di “Watching Over You”, passando per la cupa “Velvet Rope” e per la passionale “Spiders In Her Hair”, fino alla chiusura con “Born In Blood”, c’è il tempo per rispolverare altre chicche dalla suo ormai lunga carriera.

Mezzanotte è ormai passata da dieci minuti quando lo show finisce e senza dubbio King Dude ha lasciato ancora una volta un segno importante con quella voce così profonda e intensa e con il suo folk dai toni dark che, sebbene risulti spesso piuttosto scarno a livello strumentale, sa emozionare e allo stesso tempo regala tanta qualità.