GROUPER
The Man Who Died In His Boat

 
 
8 febbraio 2013
 
Grouper

Il 14 Febbraio del 1900, un gruppo di giovani studentesse del collegio Appleyard si dirige a Hanging Rock per un picnic: festeggiano l’amore, dicono – to Saint Valentine!
Durante il corso del pomeriggio, quattro di loro si allontanano per scalare il complesso roccioso – indossano vestiti inadatti, pizzi, merletti fino alle caviglie, ma si tolgono le scarpe, e salgono su, sempre più su, a piedi nudi – come trascinate dalla montagna stessa, dal suo insondabile magnetismo. Delle quattro ragazze, solo una riuscirà a tornare per dare l’allarme: le sue compagne non vogliono tornare indietro e lei non sa cos’è successo, non sa più parlare. Un’altra verrà ritrovata giorni dopo – delle ultime due, nessuna notizia, più.

È la storia di “Picnic at Hanging rock” di Weir, del 1975, è la storia del libro della Lindsay. Questa è una storia inventata, che continua a sembrare vera, il cui margine finzionale è troppo basso, dove le domande non si possono spegnere: dove sono? Dov’è Miranda? Cosa c’era lassù?

Il 4 Febbraio 2013 esce “The Man Who DiedIn His Boat”, e questa è la storia di una bambina che se ne va a pesca con suo padre e mentre è a largo di Agate Beach, incrocia una barca vuota – non rovesciata, non affondata, semplicemente vuota: l’uomo che la manovrava è scomparso, svanito nell’aria sottile delle acque dell’Oregon. Una favola oscura, un ricordo che pare definito, ma che sfugge alle parole, alle domande: chi era the man who died in his boat? Quali sirene lo hanno catturato?

“The Man Who DiedIn His Boat” è una raccolta di outtakes di Grouper, risalenti all’epoca di “Dragging a dead deer up a hill”; più che raccolta di scarti, a me pare, è un album gemello, compiuto in se stesso – niente rimanenze assemblate o fondi di archivio (o meglio, magari fossero questi i fondi d’archivio, gli album di rarities). Un album bello e di cui faccio fatica a parlare – perché è come se le parole sfuggissero: tutto quello che Liz Harris fa, riesce a farlo senza dover praticamente dire niente, un folk senza lirica, fatto di voci, di invocazioni e evocazioni; mi ritrovo un po’ come la ragazza sfuggita all’incanto di Hanging rock – come spiegare quello che vedo e quello che sento, se tutto questo non ha parole? Come posso spiegare “Cloud in places” o il magnetismo di un pezzo fatto d’aria e vapore come “Differences (voices)”?

Se con “A I A” potevamo davvero fare riferimento alla religione, alla mistica dello spazio e la musica delle sfere, lassù in alto, dove salivano i suoni, dove attingeva il drone folk della Harris, con “The Man Who DiedIn His Boat” non ci discostiamo dai suoni di “Dragging a dead deer…”: più nudo, meno stratificato, dove, sì, ancora si può usare la parola celestiale, ma che appare più vicino a una musica da camera suonata in una chiesa deserta, che alle evocazioni di “A I A”, così dense e eteree da non avere corpo. Così “Living room” è riportata a una dimensione essenziale, minimale, dove la voce e le parole ritrovano addirittura posto. E poi ci sono le punte di diamante di questo album, come “Cover the long way” (la migliore, la sorella di “Heavy water/I’ll rather be sleeping” dell’altro disco) o “Towers”: in perfetto equilibrio, non riusciamo a distogliere gli occhi.
La musica di Grouper potrà forse peccare di poca varietà: ma è della varietà di cui abbiamo bisogno, quando abbiamo un disco come questo?

In una recente intervista Liz Harris racconta di un sogno fatto quando era piccola: dei fantasmi volano nella sua stanza e lei capisce che l’unico modo per calmarsi è guardarli negli occhi, farsi rapire dalle traiettorie dei loro voli – una situazione inquietante e ipnotizzante, come le sue canzoni; hanno quel fondo sinistro in cui ci rannicchiamo, da cui ci lasciamo cullare – uno sleeping with ghosts, insomma. La stessa sensazione di rapimento che devono aver provato le ragazze a Hanging rock, di coesione e elevazione improvvisa, il “vanishing point” in un mondo parallelo che si spalanca, che è divino, che è demoniaco, che forse è umano (qui si apre una domanda – perché tutti i college femminili dei film assomigliano a delle “Satan’s school for girls”? I demoni ambigui dell’adolescenza femminile, ma non è adesso il momento per parlarne). E Liz Harris stessa sembrava una di quelle ragazze nella cover di “Dragging a dead deer…”: una fotografia della sua infanzia, lei travestita da strega – pronta per un sabba che è solo una festa in maschera; così in “The man…” lo sguardo è perso altrove, una foto che a ogni occhiata sembra meno decifrabile, meno familiare. Come questo disco – non ascoltatelo troppo da vicino o siete persi.

Cover Album

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The Man Who DiedIn His Boat
[ Kranky – 2013 ]
Similar Artist: Mirrorring, Juliana Barwick
Rating:
1. 6
2. Vital
3. Cloud in places
4. Being her shadow
5. Cover the long way
6. Difference (voices)
7. Vanishing point
8. The Man Who Died In His Boat
9. Towers
10. STS
11. Living room
Tracklist
 
 

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