Da Sioux Falls, South Dakota, non ti aspetti necessariamente che arrivi una band con una certa dimestichezza con il lato più nebbioso della musica britannica. E invece gli Off Contact, al terzo giro, hanno evidentemente deciso che tra le praterie del Midwest e Manchester non ci fosse poi tutta questa distanza.

“Can You?” è un disco che non inventa niente — e grazie al cielo non ci prova nemmeno. Prende post-punk, shoegaze, psichedelia, krautrock e qualche fantasma Madchester, li mette in un frullatore pieno di riverberi e ne tira fuori nove-dieci buoni motivi per alzare il volume.
Le chitarre fanno il lavoro sporco: si avvolgono, si sporcano, ogni tanto sembrano sul punto di perdere il controllo. Sotto, basso e batteria tengono tutto in carreggiata con un groove sorprendentemente solido.
“Heart and Mind”, già uscito come singolo, fotografa bene il meccanismo: malinconia, movimento e quella sensazione piacevole di stare dentro una canzone che non ha particolare fretta di arrivare da qualche parte. Il primo suono del brano è quello di un dito che scivola sulla corda del basso. Un piccolo rumore meccanico, umano, lasciato lì. Come a dire: qui non si pulisce nulla. Se un suono esiste, finisce sul nastro. E forse è proprio questo il modo migliore per entrare nel terzo album degli Off Contact.
Rispetto ai dischi precedenti c’è più mestiere. La produzione è più definita, il suono più grande, gli arrangiamenti più consapevoli. Ma gli Off Contact non hanno perso quella ruvidità DIY che, nel loro caso, è più un pregio che un limite.
Le chitarre distorte non cercano sempre di essere belle: spesso sembrano voler disturbare, infilarsi tra le maglie del pezzo, rendere l’ascolto un po’ più scomodo. La voce, invece, galleggia nell’eco e porta con sé più di un’ombra degli Echo & the Bunnymen. Sotto, il basso fa quasi sempre da perno: gira, insiste, ipnotizza. È il motore che permette alle canzoni di allungarsi senza perdere tensione.
E qui entra la componente Madchester, ma rallentata, privata della frenesia da pista. Quel modo di mettere groove, chitarre e psichedelia nello stesso spazio senza preoccuparsi troppo di risultare eleganti. Gli Off Contact prendono quel movimento e lo trasformano in qualcosa di più malinconico e introverso: ti fa muovere, sì, ma non abbastanza da farti ballare. Ti cattura e ti lascia lì.
È probabilmente questa la cosa più riuscita di “Can You?”: la capacità di trasformare il ritmo in uno stato mentale.
I brani superano spesso i cinque minuti e la durata non sembra mai un vezzo. Queste canzoni hanno bisogno di tempo per entrare nel corpo. Prima riconosci il giro di basso, poi inizi a seguire la chitarra, poi perdi un po’ il conto di dove sia iniziato il pezzo. Haven e Maybe, in particolare, sembrano quasi cambiare forma mentre li ascolti: psichedelia sfaccettata, stratificata, più interessata alla trance che alla canzone in senso tradizionale.
E poi c’è Sioux Falls, che continua a essere una parte importante dell’immaginario. Una band che suona questo tipo di musica da una città del Midwest, lontana dai grandi centri, non ha bisogno di inventarsi un’attitudine underground: probabilmente ce l’ha già nel DNA. Gli Off Contact sembrano guardare a Manchester, Liverpool e alla Gran Bretagna alternativa degli anni Ottanta e Novanta da migliaia di chilometri di distanza, filtrando tutto attraverso una scena piccola, indipendente e ostinatamente locale.
È un disco che prende parecchie cose già sentite, le rallenta, le sporca, le dilata e le lascia sedimentare. A volte è più interessato all’atmosfera che alla canzone, a volte sembra quasi perdere il filo. Ma è proprio quando smette di voler andare da qualche parte che diventa più interessante.













