
Titolari, a detta di molti, del più bel disco del 2025 e probabilmente anche uno dei più significativi di questi anni venti, passano finalmente in Italia per la prima volta i Geese (va detto che apparvero dal nulla nel bill di un’edizione del defunto TOdays Festival di Torino, ma poi ricordo che furono sostituiti). Ci sono voluti quindi due ottimi dischi e un chiacchierato (forse) capolavoro generazionale per vederli a Milano.
Oggettivamente ascoltandoli si ha la sensazione di avere a che fare con qualcosa che va oltre un semplice buon LP o comunque probabilmente allineabile a pubblicazioni di decadi passate, quando album come “Getting Killed” erano consuetudine, ora le cose, da quel punto di vista, a mio modesto parere, si sono fatte più complicate e scovare dal mazzo album di un certo livello non è cosa da tutti i giorni. Poi il marketing, la fortuna e un passaparola in versione domino fanno, davvero, la differenza e determinano il percorso più o meno vincente di un progetto. Detto questo, e soprattutto in tale caso, ci deve essere quel qualcosa in più che giustifichi le lodi, se poi il chiacchiericcio diventa un plebiscito, beh allora i dubbi sono sicuramente fugati.

Rimasti come fenomeno ultra underground e sconosciuto ai più, (ma qualcosa forse è cambiato già con il disco solista, l’ottimo debutto del leader Cameron Winter), questo girovagare di affetto planetario con il succitato terzo album li ha visti essere nominati un po’ ovunque, come se il mondo improvvisamente si fosse accorto dei Geese.
A volte capita, ed è comunque successo con un percorso di lavoro senza dogmi, all’insegna di una certa ricerca e senza intraprendere chissà quali scorciatoie: anzi, questo terzo disco non è altro che una sorta di appendice dei primi due.
Oltretutto non stiamo certo parlando di un ensemble che fa musica accondiscendente, anzi, ricerca e sperimentazione sono le prime due parole che mi vengono in mente per descrivere l’approccio dei Geese, un blues d’altri tempi che fa da fondamenta e tanto pathos, all’interno più di una manciata di grandi canzoni, destinate probabilmente a rimanere tra le perle di questi anni venti.
C’è, come da copione, il pubblico delle grandi occasioni: evento andato esaurito con largo anticipo, nonostante il periodo non sia certo dei migliori, con una Milano ancora pressoché deserta, immersa nell’abituale pausa d’agosto, ma qui la capitale lombarda c’entra ben poco, per i Geese si è mossa mezza Italia, approfittando, probabilmente, anche delle ferie estive. C’è gente che arriva un po’ da tutte le parti.

Set che parte puntualissimo per le 21 e dopo un manciata di canzoni la percezione è che il collettivo di Brooklyn abbia conquistato platee importanti (non ho mai visto il Magnolia così imballato di gente), con una proposta (e ni ripeto) assolutamente lontana da certi vezzi popolari, un blues 2.0, di fatto, spesso rarefatto, spesso di matrice rock’n roll, ma senza singoli “easy listening”. Non mi viene in mente nessun altro esempio.
Live confermano le attese, sono bravissimi, un carrarmato. Chiaramente Cameron Winter la fa da padrone, ritagliandosi un posto nel gotha dei nuovi personaggi, capace di spostare in avanti tutte le considerazioni possibili. Come direbbe qualcuno “fa davvero la differenza” e non gli manca nulla per essere catapultato nella sezione glamour del pianeta musica.
Grande vocalità, al netto di gusti di circostanza, talento da vero frontman, con reminiscenze da un passato recente, ma unico di per sé nel panorama attuale.
Show che durerà un’ora e mezza precisa, con tutto il repertorio più significativo messo sul piatto e non poteva essere altrimenti. E in un unico messaggio ci sono brani che spiccano facilmente percepibili, la spettacolare “Half Real” la conosciamo tutti, la gemella “Cobra” poco dopo, sono quelle da plebiscito da telefonini all’aria con relativo sing-a-long.
Fuori programma eccentrico, la pesca dal pubblico di un batterista incredulo per una “Bow down” eseguita all’altezza e subito dopo una “Au pas du cocaine” da brividi, chiude l’unico bis una urlatissima “Trinidad” nei suoi 6/7 minuti di alienazione sonora.
Buonissima la prima in Italia per le oche newyorchesi.













