ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #81

 
4 Novembre 2022
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti”, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

COMA COSE, Un meraviglioso modo di salvarsi

Era da tempo che si aspettava il ritorno dei Coma Cose, dopo la release del loro ultimo singolo qualche settimana fa: ecco fatto, tutti accontentati dalla pubblicazione, oggi, di un disco che unisce più anime del duo (come già fatto nei precedenti album, sopratutto in “Hype Aura”) organizzandole in una tracklist che va dall’hip hop vecchia scuola al rock psichedelico, passando per gli anni Ottanta di sintetizzatori e macchine analogiche fino alla canzone d’autore. Insomma, un lavoro complesso che si arricchisce, nella scrittura, di un certo esistenzialismo che conferma il tentativo, da parte di California e Fausto, di aprirsi una via verso un’idea di canzone diversa, se vogliamo più fresca e allo stesso tempo deliziosamente “all’italiana”.

MAURO ERMANNO GIOVANARDI, Cosa resterà

Nell’anniversario del più grande poeta dissidente che l’Italia degli ultimi cinquant’anni abbia mai conosciuta, Giovanardi dedica una dolcissima omelia a Pier Paolo Pasolini che sembra rimanere a galla con la leggerezza delle cose, appunto, leggerissime e allo stesso tempo durissime come il diamante, come una poesia; il Corsaro per eccellenza affiora con indosso le vesti di una Storia fraintesa, dimenticata o, per dirla alla De André, “sbagliata” che non smette di guardarci con la faccia storta di una madre sconsolata.

MANAGEMENT, NICOLO’ CARNESI, CIMINI, Il demonio

Che trio, che stile giusto per “Il demonio”, autoconfessione che in fondo potrebbe appartenere a tutti noi, che si muove sullo sfondo di pochi accordi che richiamano allo stesso tempo le filastrocche dell’infanzia (sì, perché ogni grande “demonio” interiore si sviluppa a partire da quell’età) e la tarantella catartica, come se nell’incedere della musica vi fosse in qualche modo un tentativo di “spurgare” ogni veleno accumulato. Le voci si incastrano benissimo, e la scrittura è di alto livello.

I DOLORI DEL GIOVANE WALTER, Stanotte

Brano divertente, che non cede alla superficialità ma anzi, riesce ad elevarsi con gusto verso una piccola lirica compassata che racconta, a suo modo, lo sguardo di un’intera generazione sulla propria idea di musica, di amore, di resistenza affettiva alle distanze che addormentano i corpi e atrofizzano il cuore. Mica male.

PALMARIA, Piscine

Che sound, come sempre, per i Palmaria: sulle note magmatiche di sintetizzatori si disegnano trampolini che danno slancio, per contrasto all’involarsi della voce, che con il solito gusto che amicca all’internazionale e una produzione che non smette di cercare soluzioni espressive nuove riesce nel tentativo di restituire all’ascoltatore un brano che scivola in profondità e obbliga l’ascolto a ripetersi, e ripetersi ancora. Bella storia!

MILLELUNE, Mi trovano, mi trovi

Esordio dolcissimo per Millelune, che dopo una vita di gavetta, studio e ricerca personale debutta sulla scena con un brano dalle tinte new soul che riesce a coniugare ricerca autorale e timbrica: la costruzione armonica lascia trasparire un approccio musicale di chiaro stampo jazzy che restituisce alla voce di Irene lo spazio espressivo necessario per farsi ancora più efficace, immaginifica e potente. Per essere un esordio, che dire, chapeau! Non resta, a questo punto, che attendere nuove conferme.

FEDERICO FABI, Le cose che non ti ho detto

Accordi aperti che disegnano mondi in cui si muove, quasi con piglio sixties, la voce incerta e allo stesso tempo solidissima di Fabi, che per l’occasione parte da “casa sua” per raccontare i voli che a volte il cuore vorrebbe fare: c’è una dolcezza compassata e uno slancio di tenerezza che non può essere invisibile agli occhi, nel nuovo singolo di Federico, che aiuta a sciogliere dissidi e malanni interiori a cavallo tra Rino Gaetano e i Velvet Underground.

BARRIERA, Notifichesextingseo

Che ripartenza, quella degli ultimi mesi di Barriera, che nel suo ultimo singolo rende manifesta e con chiarezza la presenza in fase di produzione di uno come Stefanelli, che mette certamente il suo nella scelta di suoni e di sintetizzatori che non possono che creare, attorno alla scrittura del brano, un mondo quasi lisergico, sospeso tra serio e faceto. C’è identità eccome, con quell’andamento un po’ sbandato un po’ paranoico che ricorda, al sottoscritto, quel capolavoro dei 24 Grana che è “Stai – mai – ccà”.

LAZZARO, Fears

Un ottimo esordio, quello di Lazzaro, che avvalendosi della spalla giusta di Nicola Baronti (uno che, da queste parti, è passato spesso come produttore…) riesce a tirar fuori dal cilindro un brano particolare, a tratti quasi “creepy” ma dotato di una sua forza evocativa estremamente potente: Lazzaro mette le mani nelle sordidezze di tutti, e da voce al bisbiglio che la paura proietta nella testa e nel cuore, indagando su quali siano i confini delle nostre fobie.

NUBE, Occhi cinepresa (EP)

Eh, Nube è uno che i numeri ce li ha e non riesco a smettere di stupirmi che, ad averlo capito, siamo fin qui troppo pochi: “occhi cinepresa”, l’EP d’esordio del cantautore piemontese, è ricco di una sua identità che ben si adatta al mondo sospeso, quasi lisergico a tratti e decisamente “flore power 2.0” di un artista che sta a cavallo tra futuro e tradizione, e pare sentirsi estremamente comodo. Ballad più intime si alternano ad hit da radio parade che confermano la versatilità di quello che è, finora, uno dei talenti più luminosi di Revubs Dischi.

FLORIDI, Università

Torna anche il cantautore toscano con un brano che riecheggia i tempi della gioventù, gli angoli dell’adolescenza universitaria che ben riesce a raccontarsi attraverso la scrittura sempre sensata ed appassionata di Luca; la canzone sta bene in piedi con un piglio it-pop che sembra connaturato alla visione pop di Floridi e che permette al brano di funzionare anche solo piano e voce. L’arrangiamento, però, riesce ugualmente a valorizzare il tutto con uno slancio che sul finale si fa quasi rock.

FORTE, Tutta l’acqua per gli alberi

Amo la musica di Forte da prima che Netflix lo scoprisse (sì, posso dire di essere tra gli irriducibili iniziati alla musica di Lorenzo), e non posso che gioire della constatazione che più passa il tempo più le idee buone, le buone intuizioni (quando le “intenzioni” di partenza sono buone) non cambiano: il nuovo singolo di Forte è una canzone d’amore dedicata al mondo, ma valida anche per la persona che amiamo più al mondo.

KAUFMAN, DEN, Lividi

Incontro generazionale non da poco per l’inedita accoppiata, in virtù di una scrittura che non smette (per i Kaufman) di richiamare ad un mondo post-adolescenziale che alberga in tutti noi, trentenni mai risolti; il testo, ad ogni modo, è una mina, scritto con i giusti incastri e le giuste immagini: il sound è compassato per bene, per schivare con astuzia ed estro il rischio di un mainstream universitario che ormai, diciamocelo, ha fatto il suo tempo. O almeno, così spera per il bene del progresso.

ANNA BASSY, Genesi (EP)

Che lavoro particolare, quello di Anna Bassy, che riesce a mescolare radici e rami, in una costante ricerca di “appartenenza” che non si slega tuttavia dalla necessità di spingersi verso l’alto, verso il futuro: il piglio è quello del soul che ricorda le sue radici africane, e tira fuori tutta l’anima che ha attraverso scelte di sound azzeccate e un timbro che certo inchioda all’ascolto.

MARTINO ADRIANI, Tanqueray

Sound folk che finisce con il conquistare subito, grazie al suo intelligente minimalismo che cresce pian piano come pane in lievitazione, quello di Martino Adriani, che in “Tanqueray” mette poche cose ma tutte giustissime: una canzone d’amore piccina piccina, che ricorda il Dente dell’ “Almanacco” e allo stesso tempo quel folksinging di stampo nord-europeo che aumenta la gittata artistica del tutto.

ILARIA ARGIOLAS, Borgata

Piglio da stornellatrice per la rabbiosissima (ma piena d’amore) Ilaria Argiolas, che in “Borgata” tira fuori uno slancio blues che ben si adatta al movimento un po’ sornione e un po’ scanzonato dei quartieri popolari romani; Ilaria è una bomba ad orologeria che, oggettivamente, diventa irresistibile fin da primo ascolto, riuscendo ad evocare quel potere dissacrante ed estremante politico che restituisce la risata, quella un po’ disincantata e cinica di chi ha un sacco d’amore nel petto e ha capito che, a volta, è meglio ridurci su.

ANNA CAROL, Inutili

Che bel sound, quello di Anna Carol, che riesce a mettere in piedi un brano esile, sottile come una spiga di grano e, come il grano, dorato e nutriente per cuore e mente: la scrittura del testo è da pop vecchia scuola che ammicca alla canzone d’autore, il timbro è una carezza che si posa come neve sul cuore e aiuta la delicatezza della melodia ad involarsi con semplicità e senza pretese. E infatti tutto vola.

ELLEN, Fuggono i ricordi

Un buon brano, che non lascia indifferenti grazie ad una buona timbrica e ad una scrittura che mescola cose che richiamano un po’ alla scena indie dei primi anni Venti, un po’ quel pop alla Marrone/Annalisa/Amoroso che comunque solo gli ottusi screditano a prescindere. La canzone ha la sola pecca, forse, di essere a tratti un po’ troppo prevedibile e di non esplodere mai, ma il testo evoca comunque immagini che provano a rubare la lacrimuccia.

SONOGIOVE, Proemio

Parte la canzone è quella chitarrina acustica porta subito verso mondi che fanno piacere all’anima, avvalorati dalla svolta urban di una produzione che aiuta a colmare i gap lasciati da una scrittura certamente ancora un po’ acerba, ma che certamente ha i numeri e la personalità per farsi notare, ed emergere.

CIULLA, Fantasma

Torna anche il cantautore toscano, che dopo un periodo di silenzio piuttosto lungo riemerge dalle profondità con un brano che racconta la condizione di chi, da un po’ di mesi a questa parte, si accorge di “non brillare abbastanza” conducendo “una vita che non lo riguarda”: le scelte di scrittura sono come sempre di gusto, e l’esistenzialismo di Ciulla è qualcosa che finisce con l’essere vicino a tutti quelli che non smettono di tormentarsi, e di chiedere scusa per cose che forse, alla fine, non fanno altro che ammalarci.

SALVO MIZZLE, Ultimamente sono io (EP)

Non conoscevo Salvo, e mi sento di dire che sia stata una scoperta davvero interessante, la sua: il cantautore pubblica sette brani guidati dall’afflato acustico di una produzione che non esce mai dal suo minimalismo folk, e quando lo fa lo fa attraverso una scrittura che diventa caustica, poi lenitiva, poi di nuovo caustica in un saliscendi efficace di poesia e musica. Bella storia.

MACADAMIA, Pollock

Mica male l’esordio dei Macadamia, con le sue sonorità che mescolano lo-fi e un certo gusto per l’elettronica di stampo più urban (ma, a tratti, anche quasi swing…) che s’incastrano con efficacia nel testo immaginifico e quasi surreale, sospeso, di “Pollock”: c’è, in generale, una buonissima attitudine che conferma l’interesse che desta, sin da primo ascolto, il progetto.

ELEPHANT BRAIN, Come mi divori

Il brano parte quasi compassato, con la delicatezza di una voce che disegna immagini intrise di poesia sullo sfondo di una chitarra mobile il giusto, e allo stesso tempo volutamente esile: poi, il respiro si apre attraverso un arrangiamento che assicura agli amanti della dinamite l’atteso drop in coincidenza con un ritornello che spacca. Anche se a me piaceva anche il piglio da ballad sottovoce dell’introduzione: certi sussurri possono essere più rabbiosi di mille urla… soprattuto, quando non te li aspetti.

KASHMERE, Ammille

Buona canzone per Kashmere, che rispolvera un po’ di voglia d’estate con un brano che potrebbe benissimo finire in qualche hit parade da sabbia e salsedine: il testo è leggero il giusto, come un buon bicchiere di bollicine sotto l’ombrellone del lido del cuore. E alla fine, per le temperature folli di questo autunno, potremmo pure crederci di nuovo a luglio. Anche il sound sembra essersi spostato su sonorità diverse, pur senza perdere il piglio funk connaturato al progetto.

DEEP TOWN DIVA, Royal Flush

Wow, micce che non vedevano l’ora di accendersi e dinamitardi nati per godere dell’esplosione data da distorsioni e doppi pedali: questa sembra essere la strategia di gioco dei Deeptown Diva, che in “Royal Flush” calano lo loro scala reale sul banco fin troppo annoiato di una scena ammalata di “due di picche”; i ragazzacci invece mettono cuore, testa e fegato in un EP dal retrogusto di tritolo, pieno di una sincerità che diventa coinvolgente e contagiosa.

THE CROOKS, Mediacracy

Il disco immerge subito l’ascoltatore in un viaggio che parte enunciando in modo chiaro i suoi presupposti underground sin dalle prime battute di un introduzione che in 25 secondi folgora l’orecchio e mette subito le carte in tavola: nessuna finzione, nessuna maschera, tanto rock’n’roll che non teme incursioni pop e più melodiche senza, allo stesso tempo, rimanere incastrato nei limiti di un “minestrone” retorico e ammiccante; “Mediacracy” è in effetti un disco “pop” nel senso più “cool” del termine, proprio perché liberato dall’ossessione di esserlo. Bel lavoro, denso e da godere con gusto.

OSLAVIA, Elisa in Molise

Doppio singolo per gli Oslavia, che sfoderano un distico capace di unire piglio rock e ricerca autorale di un progetto che sembra ben forgiato attraverso il fuoco della canzone d’autore: se in “Elisa in Molise” la vena ironica del gruppo ricorda, almeno al sottoscritto, il già divertito e divertente Ivan Graziani, “Time lapse” invece sviluppa un certo slancio melodico e quasi “esistenzialista” che rimane alla memoria le voci più liriche di Ramazzotti o Mango. Insomma, un buon mix che accontenta tutti.

EDIFICI, La route rouge

Brano particolare, quello del duo Edifici, che con piglio manouche finiscono col tirare fuori dal cilindro la canzone che non ti aspetti: una ballata francese che rimanda ai cabaret e alle vie parigine con lo slancio tipico del chansonnier.

BARUFFA, L’ultimo samurai

Sound a cavallo tra mainstream e qualcosa che, inaspettatamente, ricorda il maestro Battiato per i Baruffa, che come il sottoscritto si dicono spaventati dalla vertigine dei trenta – e come biasimarli: c’è qualcosa, nella loro scrittura, che rimanda ad un’idea ben precisa di generazione persa tra i suoi miasmi, e le sue strane ossessioni.

MEREU, Adrenalina

Motori che rombano e odore di gomma che brucia per Mereu, che sfreccia ai 180 all’ora sulle vie della nuova dance con un brano che rimane sospeso a metà tra anni Ottanta e contemporaneità da discobar: il testo è semplice, e offre a tutti un’ulteriore occasione per lasciarsi andare alla velocità. Anche se, a volte, rallentare può far bene. Carino anche il video!

MALVIDA, Lunedì

Malvida dedica al giorno più odiato e odioso della settimana una canzone che rotola per bene, con poche pretese di produzione e un testo che diventa facilmente specchio per chiunque abbia necessità di una canzone che sappia scivolare addosso con semplicità, senza lasciare troppa traccia ma allo stesso tempo aiutando il cuore a trovare una buona valvola di sfogo. Magari una produzione diversa, un po’ meno “compassata”, avrebbe aiutato il brano ad esplodere meglio.

YURIS, Goomz

Allora, premetto che non sia proprio il mio genere abituale, quello di Yuris, ma è impossible di fronte ad un timbro simile non lasciarsi trascinare nel ghetto dal rapper, che in “Goomz” tira fuori un buon dosaggio di tritolo per far saltare in aria il weekend. Nel melpot linguistico il ragazzo si esalta, mostrando una chiara inclinazione per l’approccio hip hop americano: di italiano, come direbbe Stanis, in Yuris c’è (fortunatamente) ben poco, e la cosa aiuta a vederlo già proiettato potenzialmente oltre.

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