Quarta prova sulla lunga distanza in dieci anni di attività per gli statunitensi Turnstile, che arrivano con questo nuovo lavoro consapevoli del fatto di aver ottenuto definitivamente l’incoronazione mainstream. “Never Enough” – edito da Roadrunner Records (Deafheaven, Slipknot, Stone Sour) – dimostra invero che i territori hardcore puro e crudo appartenente agli esordi hanno varcato oramai i confini di matrice easy listening e, comunque, senza del tutto abbandonare il sound primiparo.

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Gran furbacchioni sono diventati I Turnstile, ovviamente nell’accezione simpatica e positiva, perchè hanno saputo essere coerenti con le derive musicali intraprese già con “Glow On” di quattro anni addietro, di fatto rendendo questo nuovo “Never Enough” la naturale conseguenza di quel mood, l’erede designato insomma, una continuazione seppur più light rispetto al predecessore appena nominato. In realtà già con “Time & Space” del 2018 la band di Baltimora ci aveva dato assaggio della loro svolta soft il che fa del lavoro d’esordio il vero disco “punk” della loro carriera.

La title track, scelta come singolo apri pista, aveva già iniettato una massiccia dose di hardcore vestito di pop con il suo iniziale climax etereo che procede poi con una linea di malinconia, ma che ben riesce subito a entrare in testa almeno fino alla successiva “Sole”, caratterizzata invece da un ritmo decisamente rabbioso unito a ficcanti cori da stadio. Stessa sorte per “Dreaming” che esplora sonorità goliardiche mentre con “Dull”, “Slowdive” e con la lunghissima “Look Out For Me ” siamo in territori Rage Against The Machine.

Certamente siamo al cospetto di un disco audace e rampante destinato a non annoiare nemmeno per un istante, soprattutto quando ci si trova davanti a soluzione tipicamente poppy come la riuscita “I Care” e “Seein’ Stars”, che evoca le hit de The Police del secondo periodo e che vede la partecipazione di Hayley Williams dei Paramore.

Sarà stato probabilmente il cambio della line-up, che ha visto l’abbandono del chitarrista e co-fondatore Brady Ebert, sostituito Meg Mills, a portare la band di Brendan Yates a concedersi in percorsi più nostalgici e arrangiamenti più leggeri, un Yates, peraltro, che da il meglio di sé quando le note si prestano al punk rock più immediato come in “Sunshower” o in “Birds”, dove le pelli di Daniel Fang raggiungono l’apice.

Chiude un full-length di tutto rispetto la piacevole ballata “Magic Man” come a ricordare che c’era una volta l’hardcore dove ora vivono altre variegate (e riuscite) contaminazioni; il termine, dunque, lascia il solo spazio, a mio avviso, per la necessaria catalogazione.