
A quattro anni dal secondo album solista “Cult Leader Tactics“, Paul Draper è tornato a farsi sentire con “Mansun Retold“, una raccolta di 11 canzoni della sua vecchia band reinterpretate in chiave acustica con una band al completo, con tanto di quartetto d’archi, batteria, basso, chitarre e pianoforte. L’album è stato pubblicato lo scorso 20 febbraio, e poi in marzo Draper si è imbarcato in un tour, stavolta in elettrico, per interpretare tutti e 14 i singoli dei Mansun che hanno ottenuto un posto nella Top 40 nel Regno Unito.
La programmazione di una pausa prima delle prossime mosse, di cui leggerete nell’intervista, ha rappresentato l’occasione propizia per un contatto telefonico con l’artista nato a Liverpool e cresciuto in Galles. La chiacchierata è iniziata parlando delle ultime novità, poi, pian piano, siamo andati a ritroso a toccare alcuni aspetti della sua lunga carriera. Tra interessanti anticipazioni sui progetti futuri e alcuni aneddoti legati ai Mansun e alla propria adolescenza, Draper ha risposto a cuore aperto e con una lucidità che raramente si riscontra in queste occasioni.
Le mie prime domande riguardano la nuova uscita, il nuovo “Mansun Retold”, perché magari qualcuno potrebbe sentirsi meno interessato dato che non si tratta di musica nuova, non ci sono brani inediti; però basta ascoltarlo anche solo per dieci secondi per rendersi conto che in questo lavoro, in questa rielaborazione di queste canzoni, c’è una quantità di lavoro davvero notevole e interessante. Cosa puoi dirmi a riguardo?
Sì, penso che tu abbia ragione. All’inizio non credo che avessimo pensato che sarebbe stato accolto come un vero e proprio album di materiale nuovo; forse più come un disco che riempisse un vuoto temporale. Ma poi, man mano che ci siamo immersi nel lavoro, ci siamo resi conto che ricreare i brani richiedeva tantissimo impegno, e volevamo anche che fossero un po’ diversi dalle registrazioni originali. Così il progetto è diventato molto più grande di quanto avessimo immaginato all’inizio. È andato molto bene nella classifica album del Regno Unito, quindi ne siamo stati davvero felici. Forse la gente ha accolto questo disco meglio di quanto pensassi, sai; abbiamo anche realizzato alcuni lyric video per un paio di singoli prima dell’uscita dell’album. Nel complesso ne siamo soddisfatti, io sono soddisfatto di come è venuto fuori. Voglio dire, è stato davvero un enorme lavoro.
Tra l’altro, forse avete lanciato una tendenza, perché ora i Placebo pubblicheranno “Placebo Recreated” a giugno. Non so se l’hai visto.
Oh, non lo avevo visto. Beh, ecco, allora abbiamo dato il via a una tendenza.
Una delle cose che è cambiata di più nella tua produzione musicale è la tua voce, perché naturalmente sono passati 25, 30 anni, e la tua voce suona diversa. Il modo in cui la tua voce suona ora ha influenzato in qualche modo il lavoro sugli arrangiamenti della parte musicale di questa nuova uscita?
Oh sì, assolutamente. Abbiamo iniziato con “Legacy”, che doveva essere uno dei brani dell’album. Quando abbiamo cominciato a suonarlo, avevamo già pronta tutta la base strumentale. E quando ho iniziato a registrare la voce, semplicemente non riuscivo più a raggiungere le note alte. Dal vivo suoniamo sempre “Legacy” in una tonalità diversa, così riesco a cantarla bene. Ma quando abbiamo provato a farlo anche per “Mansun Retold”, quella tonalità alternativa, pur funzionando dal vivo, sul disco non funzionava. Quindi ho dovuto adattarmi alla mia voce in molti modi. In “Until the Next Life”, per esempio, uso più il falsetto invece della voce piena. Abbiamo dovuto lavorare intorno al fatto che la mia voce ora è molto più profonda e che, allo stesso tempo, è molto più difficile raggiungere quelle note alte.
La mia domanda successiva era proprio sul tour, perché so che era con band completa in elettrico. Volevo chiederti se avete usato tonalità diverse rispetto alle versioni in studio e, in parte, mi hai già risposto. E comunque ho letto che il tour è stato un grande successo: ho visto tante persone molto felici e tantissimi volti sorridenti nelle foto alla fine dei concerti.
Sì, è stato un tour davvero molto riuscito. Abbiamo abbassato la tonalità di tutte le canzoni di un semitono, tranne, come dicevo, “Legacy”, che facciamo in una tonalità diversa. Così la mia voce era molto più a proprio agio. Nessuno in realtà si è accorto che avevamo abbassato di un semitono. Ma sì, penso sia stato un tour di grande successo. Tutto quello che ho visto online dai commenti delle persone è stato molto positivo: si sono davvero divertiti, ed è questa la cosa principale. La fanbase è stata così fedele nel corso dei decenni che è davvero una cosa bellissima; è stata una celebrazione di tutti i singoli. Non avrei mai pensato di fare un greatest hits tour, ma ha funzionato benissimo. I fan lo hanno adorato, e c’era una bellissima atmosfera tra la band e la crew: è stata un’esperienza positiva sotto ogni aspetto.
Solo leggendo i titoli dei brani inclusi in “Mansun Retold”, tra le righe io leggo due affermazioni. Poi dimmi se ho interpretato bene. La prima è che “Little Kix”, a livello di songwriting, non aveva meno valore dei primi due album. È davvero così che la pensi?
Oh sì. Penso che il songwriting, specialmente se includi anche le b-side del periodo “Little Kix“, quindi tutte le sessioni, fosse davvero molto buono. Quello che è successo è che la produzione ha soffocato la vitalità della band: l’anima rock del gruppo è stata in qualche modo soffocata, e il disco non suonava spigoloso come i primi due album. Questa è la cosa principale che penso di quel disco.
Mi pare di ricordare che qualche anno fa, nei gruppi Facebook, avevi accennato al fatto che volevi fare una sorta di director’s cut di quell’album. Ricordo bene? E lo stai davvero pianificando?
Sì, è il prossimo progetto su cui io e P-Dub, il mio co-produttore, lavoreremo. Lo abbiamo provvisoriamente intitolato “Little Kix Naked”, ma sì, è proprio una director’s cut, come dici tu: è il modo migliore per descriverlo. Faremo dei sondaggi tra i fan per capire quali tracce e b-side preferiscono, quali sono le loro canzoni preferite dell’album. Potremmo anche cambiare la tracklist originale. Rimetteremo dentro take di batteria molto più ruvide, che abbiamo già, e remixaremo l’album. Quindi sì, è proprio una director’s cut. Inizieremo in primavera, praticamente tra un paio di settimane.
È bellissimo saperlo. E la seconda affermazione che leggo tra le righe dei titoli di “Mansun Retold” è che le b-side di “Six” non erano inferiori ai brani dell’album, o forse erano persino migliori. È davvero la tua opinione?
Beh, non voglio dire che tutte le b-side siano migliori e tutti i brani dell’album peggiori. Semplicemente, per l’album principale ho scelto i brani che meglio si adattavano alla struttura di “Six“, e poi gli altri sono diventati “The Dead Flowers Reject”. Avremmo potuto scambiarli, cambiare l’ordine, ma è andata così. Ciò che certamente non penso è che “The Dead Flowers Reject” sia un album più debole di “Six”, questo proprio no, in nessun modo.
Vorrei andare indietro ai tuoi album solisti e parlare di “Cult Leader Tactics”, perché era ispirato da un concept molto specifico. Mi chiedevo come ti sia venuto in mente questo concept, e se pensi che abbia influenzato anche il suono del disco.
Sì, quando scrivi canzoni, quando arrivano i testi, la musica deve adattarsi alle parole. Non direi che questo valga solo per “Cult Leader Tactics”, ma per tutta la musica che fai. Il concept dell’album ruota intorno all’idea di farsi strada nell’industria musicale attraverso tattiche senza scrupoli o sporchi trucchi. Però non era un album negativo: se lo ascolti dall’inizio alla fine, è un viaggio dal lato oscuro della vita verso la luce. Per questo alla fine si chiude con il verso: “at the end of the day, just let there be love”. Lo vedo come un viaggio dall’oscurità verso la luce.
Mi piace molto “You Killed My Fish” in quell’album. Mi sembra quasi un ponte tra questi due lati.
Sì, penso anch’io. Era un album basato su eventi reali, che ho semplicemente annotato. Tutti i testi erano introspettivi, legati alla mia esperienza nell’industria musicale, e raccontavano il passaggio dal lato oscuro a una visione più positiva della vita.
In precedenza, avevi pubblicato “Spooky Action“, ma mi piacerebbe parlare dell’entusiasmo che c’era attorno all’uscita di quel disco: prima i singoli, poi l’album e il tour di settembre. Sono passati quasi dieci anni, ma io ricordo ancora quell’atmosfera incredibile. Tu come ricordi quel periodo?
Non mi sarei mai aspettato di fare un album solista. Avevo il mio studio a Londra, che affittavo a varie case discografiche. Scrivevo e producevo per altri artisti e mi godevo la vita dietro le quinte. Poi, con l’avvento dei social media, molti fan dei Mansun si sono ritrovati e hanno ripreso contatto, ed è nata l’idea di una convention dei Mansun. A quel punto diedi loro un brano in anteprima, che sarebbe poi finito su “Spooky Action”, cioè “Feeling My Heart Run Slow”.
Me lo ricordo.
E NME lo nominò singolo della settimana. Steve Lamacq di BBC Radio 6 Music chiese di poterlo trasmettere nel suo programma. Così feci in modo che fosse mixato bene, e da lì tutto partì. L’entusiasmo dei fan, la convention, il fatto che si potesse ascoltare un mio brano solista…mi sono ritrovato praticamente trascinato dentro una carriera solista. E da allora si è sviluppata fino al punto in cui ho fatto un album ogni tre o quattro anni e anche ora sono alle fasi iniziali del lavoro su un nuovo disco di materiale originale. Ma davvero, non me lo aspettavo. Soprattutto non mi aspettavo che i fan ci fossero ancora. E invece sono ormai dieci anni di tour di successo, un paio di EP e tre album: mi considero molto fortunato ad avere ancora questa fanbase.
Fantastico. Tornando molto indietro nel tempo, c’è “Kleptomania”. Mi ha sorpreso che nessun brano di quell’album sia stato incluso in “Mansun Retold”. Mi sarei aspettato almeno “Keep Telling Myself”. C’è una ragione?
Non ci ho pensato troppo, ma ora che citi “Keep Telling Myself”, quello è il mio brano preferito dell’album. Penso sia una delle migliori canzoni che abbia mai scritto. Mi sarebbe piaciuto se avessimo potuto includerla, però “Kleptomania”, ovviamente, è formato quasi solo dai monitor mix, cioè le tracce erano rimaste a quel punto quando la band si sciolse. Però, dopo la director’s cut di “Little Kix”, stiamo pianificando di completare davvero “Kleptomania”, mixarlo come si deve e pubblicarlo come avrebbe dovuto essere. È un progetto per il futuro. Però, forse sì, avrei dovuto mettere un paio di brani in “Mansun Retold”, forse.
Tornando all’epoca di “Six”, mi sono sempre chiesto come si sia passati da “Attack of the Grey Lantern”, in cui eri accreditato come unico autore, a “Six”, dove compaiono Dominic Chad su alcuni brani e anche Andie e Stove su altri. Come è avvenuta questa espansione del songwriting?
Con “Attack of the Grey Lantern” mi sedevo con chitarra acustica e pianoforte e scrivevo da solo, poi portavo i brani alla band. Con “Six”, invece, ho pensato che sarebbe stato bello coinvolgere tutti nel processo creativo. Letteralmente ci sedevamo in cerchio e cominciavamo a costruire canzoni da zero, come “Shotgun” o “Negative”, che sono nate come collaborazioni di gruppo. Dominic Chad voleva molto partecipare alla scrittura, e anch’io volevo che contribuisse. Credo che non avrebbe funzionato se avessi cercato di scrivere un altro album tutto da solo; invece ha funzionato benissimo avere alcuni miei brani e altri della band mescolati insieme.
Ho un’ultima domanda, ed è un tema che mi colpisce fin da quando ascoltai “Stripper Vicar” nel 1996. Trovo molto interessante che alcune tue canzoni, come “Stripper Vicar”, “The Chad Who Loved Me” e “Cancer”, parlino dell’essere disillusi rispetto alla fede religiosa, non tanto per la religione in sé, ma per le persone che dovrebbero rappresentarla sulla Terra: la Chiesa, i preti. È qualcosa che è successo anche a me, e mi stupisce che quasi nessun autore scriva canzoni su questo tema, penso che sarebbe un argomento molto interessante. Se vuoi, raccontami quello che ti senti a riguardo.
Sai, ho scritto molto di religione e della mia esperienza con essa semplicemente perché ho frequentato una scuola cattolica molto rigida. Nel nord del Galles, dove sono cresciuto, c’erano, sorprendentemente, molte famiglie italiane, perché durante la Seconda guerra mondiale molti soldati italiani che erano prigionieri di guerra in una città qui vicina chiamata Holywell, e molti poi si stabilirono lì. Così a scuola ho conosciuto tantissimi italiani: avevo amici che si chiamavano Enzo, Ciro, Marcella, diversi Maurizio… tantissimi amici italiani e frequentavamo questa scuola cattolica rigidissima. Ma io non sono mai stato convinto: mettevo sempre in discussione la religione, e ciò è diventato parte di quello che conoscevo. Quando ho iniziato a scrivere canzoni, la religione attraversava molti dei primi brani, da cose più leggere come “Stripper Vicar” fino a temi molto più oscuri come “Cancer”. Scrivevo letteralmente di ciò che conoscevo: era la mia esperienza di vita, ed è quello che mettevo nelle canzoni. Nella mia scrittura più recente credo di aver fatto pace con la mia mancanza di un credo religioso, e ora posso scrivere di molti temi diversi, come appunto “Cult Leader Tactics”, che parla molto più della mia esperienza nell’industria musicale. Ma in fondo faccio sempre la stessa cosa: scrivo solo di ciò che conosco, della mia vita.
Come traspare dallo scambio di domande e risposte, l’ascolto di “Mansun Retold” è fortemente consigliato per almeno un paio di ragioni. La prima sta nell’incisività con la quale sono state riviste e reinterpretate le canzoni, grazie un lavoro importante e che davvero svela un lato rimasto sempre un po’’nascosto nella scrittura di Draper, ovvero un’emotività nella quale eleganza e gentilezza vanno di pari passo con la profondità e l’intensità che sono sempre state riconosciute a questo autore. La seconda sta nella presenza, accanto a grandi classici, di brani meno conosciuti nel repertorio dei Mansun e che non sfigurano affatto nel confronto con le hit, dimostrando quanto Draper sia stato non solo geniale, ma anche continuo a livello di songwriting, mettendo in campo una qualità che si è mantenuta costante anche in brani che non sono stati pubblicati come singoli o addirittura sono stati relegati al ruolo di b-side. In definitiva, non si tratta solo di rivisitazioni, ma queste canzoni rappresentano davvero un racconto sui Mansun più illuminante rispetto a quello che deriva dall’ascolto del repertorio passato.












