I CHROMA non vengono da un posto qualsiasi. Vengono da Pontypridd, nel cuore delle South Wales Valleys. E non chiamatelo “posto sperduto”: è una cittadina con un’anima post-industriale e una storia musicale che scava nel profondo. Giusto per capirci, è qui che nel 1856 è nato l’inno nazionale gallese (Hen Wlad Fy Nhadau). Ok, siamo un po’ in là con gli anni, ma se preferite qualcosa di più fresco, sappiate che questa terra ha sfornato giganti come Tom Jones (si, quello di “Sex Bomb”) e il mitico chitarrista dei Motörhead, Phil Campbell.
La scena locale è esattamente come te l’aspetti: grezza, orgogliosa e barricata nei piccoli locali indipendenti. È una miscela esplosiva di punk, orgoglio operaio e melodia epica. I CHROMA suonano così “urgenti” proprio perché vengono da un posto dove la musica non è un hobby, ma l’unica via d’uscita.
In tre sanno fare un casino infernale, ma con una precisione chirurgica. C’è la batteria primordiale di Zac Mather, la voce vorticosa di Katie Hall e poi c’è il trucco di Liam “Bev” Bevan. Il segreto del loro muro di suono è un setup di pedali che sdoppia la chitarra: un segnale spara in alto i riff e l’altro scende profondo sulle frequenze del basso. Il risultato? Un suono corposo, massiccio, che ti spettina anche se sono solo in tre sul palco.

Nel primo album, “Ask for Angela”, era tutto fottutamente vero: c’era la verità nuda di chi urla perché il mondo gli scotta sotto i piedi. Per Katie Hall la politica non è mai stata roba da talk show, ma sudore e vita vissuta nelle strade del Galles. “Scrivo solo quello che ho provato sulla pelle”, diceva, e quel disco era un bicchiere di whisky buttato giù tutto d’un fiato, onesto fino a farsi male.
Ma con “25 Forever” i CHROMA hanno smesso di prendere a testate solo il muro esterno per iniziare a demolire quello che hanno dentro. Se il debutto era un manifesto di rabbia sociale, questo nuovo lavoro è un “requiem furioso” per la fine della giovinezza. È il suono di chi compie venticinque anni e si accorge che la festa è finita, o forse non è mai iniziata davvero.
Siamo passati dall’urgenza punk delle Valleys a una scrittura che scava nelle macerie dell’identità. Resta la grinta garage, certo, ma stavolta è avvolta in una consapevolezza più scura e ricercata. È Art Rock fatto con le mani sporche di grasso: meno slogan, più viscere, e una qualità melodica che ti si pianta in testa mentre cerchi di capire dove sia finito il futuro che ti avevano promesso.
Musicalmente, “25 Forever” è un animale strano: ha il fiato che puzza di ruggine e asfalto ma dentro nasconde una vibrazione purissima che ti esplode nei polmoni. Dimenticate il solito punkettino tre accordi e via; qui i CHROMA giocano con i volumi, creano vuoti d’aria e poi ti scaraventano addosso muri di distorsione che sanno di cantieri abbandonati e sogni andati a male.
Prendete la title-track: è il manifesto del disco. Parte con un giro che ti entra sottopelle e poi esplode in quel ritornello catartico che è un grido generazionale. È il suono di chi realizza che non si può restare “25enni per sempre” mentre il tempo ti scorre tra le dita.
E poi c’è “Coalminer’s Granddaughter”, che è pura magia post-industriale. Qui la band smette di correre e ti trascina nelle miniere dell’anima. È un pezzo che profuma di orgoglio operaio e malinconia gallese, dove la voce di Katie Hall diventa un rasoio che taglia l’aria. Non è solo una canzone: ci senti dentro il peso di generazioni che hanno scavato nel buio, trasportato in un rock che è insieme epico e disperato.
Non c’è spazio per le carinerie pop. Ogni nota di basso è un colpo allo stomaco e ogni rullata sembra voler rompere qualcosa. Eppure, in mezzo a questo caos controllato, spuntano melodie che non ti aspetti, raffinate, quasi “artistiche”, che dimostrano quanto questi ragazzi siano cresciuti.
La vera vittoria di questo disco sta tutta nel bilanciamento. C’è quella maturazione “controllata” che spesso spaventa i puristi, ma che qui va solo applaudita. Non è meno energia, è solo meno casino gratuito e molta più testa. Hanno capito che per farti sentire non devi per forza urlare tutto il tempo; a volte basta un sussurro piazzato al momento giusto tra due esplosioni di feedback per farti tremare le gambe.
In un panorama che preferisce la plastica alla sostanza, “25 Forever” è un disco che puzza di asfalto, sudore e verità. Se cercavate il solito rock da aperitivo, avete sbagliato isolato. Se invece volete sentire come pulsa il sangue delle Valleys nel 2026, alzate il volume fino a farvi sanguinare i timpani. Il futuro del rock non si decide più negli uffici di Londra, ma tra i garage e le ombre di Pontypridd. Forse sto esagerando, ma suona maledettamente bene.













