La seconda parte della classifica:

50. DAUGHTER
If You Leave

[4AD]

Di nudità  dei sentimenti se ne vede tanta in letteratura, arte e musica, e non sempre di nudo artistico si tratta. Elena Tonra mette in musica il timore dell’abbandono, l’inadeguatezza individuale e, a tratti, generazionale ““ niente di nuovo, si dirà  ““ ma lo fa con inedito (ai più) senso del pudore e raffinatezza di suoni.

Che cosa accade “se te ne vai”, raccontato a un destinatario sordo. La scelta più personale di questa classifica.
(Serena Riformato)

49. MAJICAL CLOUDZ
Impersonator

[Matador]

Un concept album su morte e decadenza riflesse in un minimalismo di glitch e microbeat, testi dolenti e d’effetto.

Da evitare se si è già  tristi di proprio.
(Marco D’Alessandro)

48. I CANI
Glamour

[42]

Crescere, spesso, significa avere più consapevolezza di sè, avere più coscienza rispetto al posto occupato nel mondo. Può succedere, poi, che tutta questa consapevolezza si trasformi in paura. E allora c’è bisogno di una Vera Nabokov, di aggrapparsi al muro per non cadere dalle proprie velleità  nella vita vera, quella del cartellino da timbrare al mattino, delle bollette da pagare, dei concorsi al ministero.

Contrariamente alle aspetttative, però, sul finale si accende una piccola speranza: non avremo sempre bisogno del Lexotan per essere felici.
(Sebastiano Iannizzotto)

47. MAZZY STAR
Seasons Of Your Day

[Rhymes Of An Hour]

“Seasons of your day” è ritrovare un’audio-cassetta in una cantina polverosa ““ che è il luogo migliore delle archeologie sentimentali ““ fra una preistorica console Nintendo con Super Mario, l’annuario della classe 1994 e la foto impettita prima del ballo scolastico, con lei che ti piaceva tanto.

E insieme, ritrovare anche il dubbio che alcuni ritorni siano non tanto salvifici quanto necessari.
(Serena Riformato)

46. BLOOD ORANGE
Cupid Deluxe

[Domino]

Fino a un paio di anni fa, non ho mai desiderato andare in vacanza in una località  con le palme. Le tute acetate mi suscitavano ribrezzo e non mi sono mai fatta un account Instagram perchè è una di quelle poche applicazioni che mi vergognerei a usare se dovesse scoprirlo Susan Sontag (mi sono chiesta anche cosa avrebbe detto Foucault del mio uso di Facebook ma ho azzittito la sua voce abbastanza presto). Per farla breve, non pensavo di essere il tipo di persona su cui un’operazione di revival della disco music, per quanto sotterranea e malinconica come nel caso di “Cupid Deluxe”, potesse arrivare a fare tutta questa presa.

Poi sono arrivati i Chromatics, è arrivato Cliff Martinez, ho visto le palme del Coachella e qualcosa in me si è definitivamente spezzato: anche senza Instagram, ho iniziato a desiderare di essere deformata dal filtro e dalla nostalgia. Blood Orange alias Devontè Hynes already known as Lightspeed Champion, è un ragazzo inglese trapiantato in America che ultimamente si veste in maniera pericolosamente a Lionel Richie ed è il sogno proibito di ogni pop-ottimista: non c’è una canzone sbagliata in questo disco, non c’è un brano che sia meno che raffinato.

A differenza dei Daft Punk che resuscitano Nile Rodgers e Moroder in maniera prevalentemente ludica (il substrato profondo di RAM è un’invenzione) e degli Arcade Fire che scrivono sì di separazioni e distacchi ma poi ti costringono a strusciare contro mille sconosciuti in questo enorme carrozzone disco che hanno messo in piedi nel loro spasmodico amore per le masse, Dev Hynes parla di me, di quel che mi hanno fatto gli anni Ottanta e mi rassicura che le power ballad con le cantanti cotonate su Vh1 non hanno fatto di me una persona peggiore. E che non c’è niente di cui vergognarmi se tra “I wanna dance with somebody” di Whitney Houston e la cover di Scott Matthew continuo a preferire la versione originale. Veniamo anche da lì.
(Claudia Durastanti)

Cover Album

45. ALTRO
Sparso

[La Tempesta]

In quasi quindici anni di carriera avranno inciso un paio d’ore di musica in tutto e nemmeno un secondo di troppo, mai una parola in più del necessario. “Sparso” raccoglie quanto disseminato nelle scorse quattro stagioni.

Mi ricordo perfettamente la prima volta che li ho ascoltati dal vivo, come tutte le volte successive perchè è sempre finita con una sudata epica e un cuore così. Le loro canzoni non si ascoltano soltanto con le orecchie ma con tutto il corpo. E’ stato ascoltando loro che ho pensato che si potesse scrivere di musica, è scrivendo di loro che dico basta. Ora proviamo finalmente a ballare di architettura.
(Gianluca Ciucci)

44. CALIFONE
Stitches

[dead Oceans]

La prima volta che ho sentito i Califone ero su un autobus in mezzo alla campagna turca diretta verso la villa di bizzarri accademici che volevano stupirci con il loro esilio. Il tizio accanto a me, che poi sarebbe diventato un caro amico, era questo personaggio ostico con un Ipod pieno di band oscure. Entrambi annoiati e senza avere niente da dire abbiamo condiviso le cuffie ed è partita “All my friends are funeral singers”.

Da quel momento gli sono eternamente grata, ho approfondito il passato della band (meritevole quasi tutto) e quando è uscito “Stiches” gli ho mandato un messaggio su Whatsapp per avvisarlo. Mi ha risposto I Califone sono la band più mainstream che ti abbia passatoe questo la dice tutta sulle dritte musicali che mi dà  una volta l’anno (in genere band drone e sataniche sperdute nella giungla o coriste di dittatori che si danno all’elettronica, roba che The Wire al confronto è Sorrisi e canzoni). Ora non è per legame affettivo e per reminiscenza di un viaggio andato che Stitches è uno dei miei dischi dell’anno, anche se la sua qualità  intrinsecamente cinematica conta. E anche la sua qualità  messianica conta, perchè è grazie alla voce conciliante e onnisciente di Rutili in “Moses” che immagino di potere affacciarmi da qualsiasi finestrino ed essere grata e financo fiera della mia solitudine, ed è ascoltandolo impartire una triste lezione in “Stitches” che immagino di non essere la sola a pensare che i punti tengano insieme molto di più di un ammasso di pelle.
(Claudia Durastanti)

43. TORRES
Torres

[autoprodotto]

Il mio tributo alle voci femminili si ferma all’esordio autoprodotto di Torres, da Nashville.

Ha la capacità  di farmi tornare in pieni anni ’90, Pj Harvey tra la coordinate più riconoscibili, alla mia adolescenza e alla post adolescenza.

Epoca ormai lontana che per motivi anagrafici sarà  quella che conserverò maggiormente impressa nella testa e nel cuore.
(Enrico Sachiel Amendola)

Cover Album

42. HAIM
Days Are Gone

[Polydor]

Ci sono pochi dischi che ti consentono di ballare alle sette di mattina, in cucina, con le tue coinquiline, prima di uscire a fare qualcosa di mortalmente serio (true story).

E soprattutto sono pochi i dischi che poi restano apprezzabili anche a distanza di ascolti, ma quello delle HAIM è ““ ovviamente ““ tra questi. Le ragazze vogliono solo divertirsi ““ e le ragazze sono arrivate.

(Sara Marzullo)

41. LAURA MARLING
Once I was an Eagle

[Virgin]

L’ultimo album di Laura Marling conferma ancora una volta l’inarrestabile ascesa della songwriter inglese, qui in forma smagliante. In “Once I was an Eagle” Laura ha riordinato i propri turbamenti sentimentali dandogli la forma di un lungo poema, recitato tutto d’un fiato come farebbe un qualsiasi trovatore medievale seduto su di un ceppo al di là  delle mura di una borgo straniero.

Struttura e temi tipicamente occidentali intessuti in arrangiamenti esotici fanno di “Once I was an Eagle” un gioiello prezioso da tenere tra le mani con estremo riguardo. Maneggiate con cura, alla lunga può spezzarvi il cuore.
(Rossella “Rollover”)

40. HIS CLANCYNESS
Vicious

[Fat Cat]

Un marasma di suoni iperstratificati fa da sfondo alle undici cronache dell’alienazione raccontate da Jonathan Clancy, in una incessante ricerca della perfetta melodia pop.
(Giuseppe “Mr Soft” Muci)

39. JOHNNY MARR
The Messenger

[Warner Bros]

Disco elegante e al di sopra non di poco della media qualitativa odierna.

Un’intensa ed eclettica ispirazione compositiva per un guitar pop ben levigato e ricolmo di gran canzoni. Uno splendido cinquantenne per un debutto da solista che affascina ed emoziona.

Ascoltare “European Me” per credere.
(Matteo Giobbi)

38. MASSIMO VOLUME
Aspettando I Barbari

[La Tempesta]

Vorrei dire che Emidio Clementi non è mai stato cantore, anche solo perchè non ha mai cantato in vita sua, ci ha provato in “Club Privè” e fu quasi un massacro. “Aspettando i barbari” non è il disco migliore di quest’anno, forse non è nemmeno il migliore della carriera dei Massimo Volume ma è dannatamente attuale e vivo, si ricorda di Vic Chesnutt, disonora la madre e, ti piaccia o no, rimarrà .
(Gianluca Ciucci)

37. PRIMAL SCREAM
More Light

[Ignition]

Proprio non riesce a Bobby Gillespie di fare un disco brutto, nemmeno dopo essersi purificato ed aver messo insieme un album superlativo composto per la prima volta senza l’influsso di alcuna sostanza stupefacente o alcoolica. Neppure la dipartita di Mani (ritornato negli Stone Roses) ha tolto qualcosa ai suoi Primal Scream.

Certo si fatica a crederlo, ascoltando alcuni spunti decisamente lisergici e psichedelici del disco, come ad esempio “River of Pain” o la bonus track “WormTamer”.
I testi dell’album sono molto più verso i Rage Against The Machine, arrabbiati contro il sistema delle banche che strangola i poveri del mondo cui spetta sempre il conto da pagare.

Passano le decadi, le mode, le sonorità  ma loro alla fine restano. E per tutto questo c’è un’unica spiegazione: sono grandi, di primaria (primal) importanza.
PRIMARI
(Bruno De Rivo)

36. FINE BEFORE YOU CAME
Come fare a non tornare

[La Tempesta]

Non c’è una sola cosa di senso compiuto che io possa dire su questo disco se non che non puoi tagliarti due volte nello stesso punto, non puoi fare su un livido su un livido e non puoi fare un trauma su un trauma.
(Claudia Durastanti)

35. THESE NEW PURITANS
Field of Reeds

[Infectious]

Il terzo album dei TNPs è ricchissimo di suggestioni (David Sylvian e Talk Talk per esempio) pur nel suo apparente minimalismo.

Un lavoro maturo, frutto di un’orchestrazione complessa e raffinata.
(Mariarosa Porcelli)

34. MOUNT KIMBIE
Cold Spring Fault Less Youth

[Warp]

Trova spazio anche l’elettronica in questa top10 contrassegnata per lo più da ritorni, conferme e alcune piacevoli sorprese.
L’elettronica dei Mount Kimbie, capace di avvicinare a se anche coloro che solo a sentirla nominare, la parola elettonica intendo, cominciato a storcere il naso, girare i tacchi e abbandondare ogni sorta di conversazione.

“Cold Spring Fault Less Youth” invece riesce ad inglobare generi diversi tra loro (dubstep, house, jazz, indietronica) evitando che questi possano entrare in combutta tra loro. E non è poco.
(Marco “Fratta” Frattaruolo)

33. GOLDFRAPP
Tales of Us

[Merge]

Hanno impiegato 13 anni ma alla fine si sono decisi. Non che in tutto questo tempo Alison e Gregory si sino rigirati i pollici, scherzando con la pazienza degli ascoltatori i quali non capivano più quando prenderli sul serio e quando pensare ad una bischerata, ma alla fine ce l’hanno fatta.

“Tales of Us” è il degno seguito di quel “Felt Mountain” archiviato troppo presto nel cassetto dei ricordi. Finalmente compatto, cinematico ed introspettivo, “Tales of Us” è sia un ritorno alle origini della storia artistica dei Goldfrapp, sia un repulisti dalle zuccherosità  glamourous del lato electro-pop della loro discografia.

Se è vero che la pazienza è la virtù dei forti, è arrivata finalmente l’ora di goderci i frutti di questa lunga attesa.
(Rossella “Rollover”)

32. PHOSPHORESCENT
Muchacho

[Dead Oceans]

Soltanto un gruppo geniale come i Posphorescent poteva portare il country-rock al livello di cui possiamo godere con Muchacho”… ed è uno di quei dischi di cui si scopre qualcosa di nuovo ad ogni ascolto, tanto è denso, tanto è disarmante nella sua intensità , tanto è storicamente omnicomprensivo. Si potrebbero spendere molte parole, ma non saprebbero dire l’infinità  di materia prima musicale in cui ci si imbatte di canzone in canzone, di pianeta in pianeta.
(Tommaso “Pacha” Pavarini)

31. MODERAT
II

[Monkeytown]

Due dischi diversissimi in quattro anni, ma entrambi enormi e splendidi: se il primo era un monolite nerissimo di ritmi e contaminazioni, questo nuovo si fa più austero e luminoso, ma altrettanto implacabile.

Se prima Apparat e i Modeselektor guardavano verso Londra e l’Africa, questa volta si concentrano sulle loro origini mitteleuropee, ripagando comunque ogni aspettativa. E sì che erano alte.
(Nicolò “Ghemison” Arpinati)

30. BAUSTELLE
Fantasma

[Warner]

L’operaomnia sul tempo e sulla morte secondo Francesco Bianconi. Un album ambiziosissimo, denso di citazioni colte e rimandi cinematografici.

Amati o odiati, con questo lavoro i Baustelle si confermano tra le pietre miliari imprescindibili della storia musicale italica.
(Giuseppe “Mr Soft” Muci)

Cover Album

29. GIRLS NAMES
The New Life

[Slumberland]

Regressione ipnotica

Per il seguito dell’ottimo “Dead To Me” l’ensemble di Belfast sceglie tinte sonore più cupe e magnetiche. “The New Life” è il capolavoro jangle del 2013.
(Luca “Dustman” Morello)

28. THE KNIFE
Shaking The Habitual

[Rabid]

“Shaking The Habitual” è, ad oggi, il disco per cui i fratelli Dreijer dovrebbero essere ricordati nei secoli dei secoli. Scremato delle provocazioni da blog, dai live che in realtà  live non sono (bensì la più geniale e riuscita trovata degli ultimi anni in tema concerti), da quei presuntuosi 20 minuti di droni, ciò che ne rimane è il manifesto ideologico, politico, sonoro di due fratelli che decidono di scrivere la propria opinione in merito a economia e diritti civili attraverso casse drittissime e gusto etnico, vocoder e atmosfere spettrali.

L’alienazione che si fa collettività .
(Marco D’Alessandro)

27. DISCLOSURE
Settle

[Cherrytree/PMR]

Due giovanissimi figli degli anni 90 ed un album che rasenta la perfezione.

Una sinfonia dance folgorante, intelligente, vigorosa ed esuberante, sviluppata alla perfezione che convince ed ipnotizza.
(Matteo Giobbi)

26. JOHN GRANT
Pale Green Ghosts

[Bella Union]

“Pale Green Ghosts” sembrerebbe dunque una buona risposta a quanti potessero sperare in un’evoluzione sonora del buon John Grant, così come per chi avrebbe preferito vedere abbracciate ancora una volta le atmosfere dell’esordio.

Probabile disco di transizione, si auspica tuttavia che i divertissement più elettronici e danzerecci del nuovo Grant lascino spazio a future declinazioni solamente macchiate dall’elettronica raffinata che in parte già  vive in quest’opera.
(Marco D’Alessandro)

La seconda parte della classifica: