Troppi progetti, troppi dischi, troppa carne sul fuoco. E poi che ti aspetti? Il calo di ispirazione, a questo punto, è quasi fisiologico. Da anni ormai Max Cavalera non è più l’innovatore metallaro dei tempi d’oro dei Sepultura di “Arise”, “Chaos A.D.” e “Roots”. Per un po’ è riuscito a restare sulla cresta dell’onda, alternando ottimi album ad altri comunque solidi, senza mai rinunciare al gusto per la sperimentazione. Ma la parabola discendente è iniziata da tempo e, per quanto riguarda la sua band principale, oggi si tocca probabilmente il punto più basso.

Jonas Rogowski, CC BY-SA 3.0 , via Wikimedia Commons

I Soulfly, ridotti a un trio con il chitarrista Mike DeLeon e il batterista Zyon Cavalera (figlio di Max), sprofondano nella confusione più totale con “Chama”: dieci tracce la cui unica qualità è la brevità — poco più di mezz’ora. Poche le novità rispetto al recente passato: la band ripropone le solite sonorità pseudo-tribali, mescolandole a un sound pesantissimo e caotico – un mix di groove, thrash e death metal che raramente trova una direzione chiara. Percussioni e riff granitici si fondono in un guazzabuglio spesso indecifrabile, frutto di scelte artistiche difficili da comprendere (e di una produzione più “povera” rispetto al passato).

A dominare è il caos: brani assemblati alla buona, esecuzioni altalenanti, e un senso generale di stanchezza. Peccato, perché gli ospiti sono di livello — Dino Cazares dei Fear Factory su “No Pain = No Power” e l’ex Carcass Michael Amott su “Ghenna” — ma i padroni di casa non riescono a convincere.

Mancano la tecnica e il gusto del precedente chitarrista solista Marc Rizzo, e la presenza del giovane Zyon Cavalera sembra, ancora una volta, più una scelta affettiva che musicale: il suo drumming è uno dei punti più deboli dell’album, e ho pure il sospetto che sia stato “corretto” in fase di post-produzione.

La verità è che i Soulfly sono ormai un’impresa di famiglia che procede per inerzia. “Chama” è un lavoro inconsistente, sterile, e in definitiva un tassello superfluo in una discografia già fin troppo corposa. Per risollevarsi, servirà un miracolo — o una rivoluzione. Si salvano appena due brani, entrambi pubblicati come singoli prima dell’uscita del disco: “Storm The Gates” e “Nihilist” (il breakdown finale, dal minuto 1:58 al 2:40, merita davvero).