
Gaia Banfi rappresenta l’essenza stessa del Color Fest: il connubio indissolubile tra la terra e l’acqua, con al centro gli esseri umani, le loro imperfezioni e fragilità, ma anche la capacità di farsi parte di un’esperienza sonora e spirituale condivisa. Durante il set dell’artista genovese, parole ed esperienze individuali si trasformano in una energia collettiva; sentimenti e percezioni riverberano tra le onde elettroniche e le maree sintetiche e ritornano ad occupare quello spazio vitale che, troppo spesso, smarriamo, inseguendo schemi ed impulsi esterni, lontani dalla realtà che ci circonda, dai nostri sentimenti più intimi e da quel bagaglio di ricordi che preferiamo rimuovere e dimenticare, rinnegando quella che è la nostra vera natura.
Nella stessa giornata, il primo bruciante tramonto del festival siintreccia con il ritmo incalzante dei C’mon Tigre. Il loro è un rito di ricongiunzione con la vita, qualcosa di sepolto nelle profondità dell’anima, appartenente ad epoche e narrazioni remote. Nel miscuglio meticcio di elettronica, funk, world-music e jazz, quella memoria ricomincia a vibrare e parlarci, incurante della modernità, della tecnologia e delle aberrazioni disumane prodotte da uomini troppo stupidi e troppo crudeli. Il lungomare lametino perde, allora, i propri confini fisici e geografici: diventa una costa africana, una foresta sudamericana, un luogo senza nome disperso nel tempo, attraversato da una lingua musicale che tutti possiamo, finalmente, comprendere. La lingua della speranza, quella lingua di pace e convivenza che non muore mai.
La sera arriva Apparat, con la sua elettronica dilatata, riflessiva, elegante ed ipnotica. Sasha Ring lascia che i pensieri più profondi e silenziosi acquistino consistenza e si espandano, riportando la sensibilità al centro dell’esperienza. Tra evocazioni intimistiche e visioni futuriste, il presente scivola sullo sfondo, si scioglie, si sgretola e si deforma, fino a diventare la percezione di qualcosa che non è ancora accaduto. È il futuro possibile che continuiamo a relegare nell’oscurità dei nostri piccoli egoismi, mentre Apparat indica un cielo di prospettive e strade nuove: una verità insieme antica e misteriosa, nella quale conoscenza e tecnologia possano, davvero, liberarsi della loro componente più inquietante e distruttiva. Un’evoluzione dipinta come un sogno positivo.

Il secondo giorno si apre con Cosmo e la pineta del lungomarediventa un dancefloor. Esplode di quei colori ai quali il festival si richiama: pace, amicizia, amore, passione. Melodie e beat costruiscono nuove architetture sonore; le parole fuggono dalla frenesia e dalle ansie quotidiane e tornano a essere luoghi da condividere, emozioni da donare, strumenti per ricucire fratture e curare ferite. La musica di Cosmo è una sorgente di vita, ricerca ed esplorazione, nostalgia e insieme punto di partenza per un viaggio più puro e consapevole dei fardelli di falsità, menzogna ed invidia che, spesso, distruggono i nostri migliori propositi e le nostre relazioni. Nessuna fuga, dunque, nessuna fine: soltanto un’apertura nella luce del mattino.
Il percorso lisergico e conoscitivo continua con gli Yin Yin, su un terreno psichedelico attraversato da surf-rock, influenze orientali, sonorità Sixty e suggestioni metafisiche. La contaminazione irrompe nella macchina perfetta, ne altera gli ingranaggi e li riporta su frequenze funk-rock ancestrali e liberatorie. I nostri passi possono così tornare a percorrere la terra romantica degli antenati: senza confini, né divisioni, animati soltanto dall’effervescente desiderio di costruire il mondo.
Poi arrivano gli Zen Circus, energici, divertenti, irriverenti: unacertezza che non ha bisogno di certezze, una verità senza assiomi, né teorie prefabbricate. La loro musica si nutre di terremoti emotivi, di accelerazioni improvvise e di disperati rallentamenti, perché questa è l’esistenza: stagioni che attraversiamo, cicli di gioia e dolore, perdita e conoscenza. La salvezza non appartiene al tempo biologico, né ai luoghi, ma alla capacità di conservare, negli anni, la propria attitudine, le distorsioni che ci danno piacere, la voglia di avere sempre vent’anni, di restare dissacranti e, nello stesso tempo, grati per ciò che la vita ci concede e per le persone che percorrono con noi tutto o soltanto un tratto del cammino. Ognuna di loro è una luce, un motivo, un seme da tramandare.

Il terzo giorno esplode nell’esuberanza post-punk dei Deadletter. Le chitarre ruggiscono visioni distorte, le melodie diventano spigolose, nervose, nevrotiche e cariche di energia. Persino l’oscurità perde la propria natura inquietante e diventa lo scenario necessario nel quale esorcizzare le paure, distruggere il male e riprendere il controllo. Il percorso può essere accidentato, ma resta il nostro: la nostra rivalsa, il tentativo di comunicare al mondo una presenza che vogliamo rumorosa, sferzante, briosa, vera.
Le ultime immagini appartengono ai Django Django eall’effervescenza lunare della loro esibizione. Synth e chitarre si intrecciano evocando atmosfere e storie fantastiche, perché la vita non è fatta soltanto di ciò che accade realmente e che possiamo toccare con mano, ma anche di sogni, di visioni e di ricostruzioni impossibili che sfuggono alle leggi della fisica e diventano, semplicemente, ballo, emozione, partecipazione.
È la conclusione gioiosa di tre giorni che, ancora una volta, dimostrano come sia possibile partire dal basso e costruire qualcosa di interessante senza preconcetti divisivi, senza slogan da inseguire, né mode alle quali necessariamente adeguarsi. Anche — e forse soprattutto — in luoghi considerati marginali, periferici, lontani dai centri di controllo e decisione, condannati, troppo spesso e ingiustamente, a vivere della luce riflessa degli altri.
Il Color Fest, invece, possiede una luce propria.
È reale. È vivo. È libero.













