CINEMA


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“Eppure erano dei capitalisti che lavoravano duro.”
(Maldwyn A. Jones – Storia degli Stati Uniti d’America)

Non appena ha trovato il suo primo giacimento di petrolio, il modesto minatore Daniel Plainview si avvicina al figlio con la mano sporca di petrolio e unge la sua fronte in una sorta di battesimo pagano. Il petroliere, inspiegabile titolo italiano di There Will Be Blood di Paul Thomas Anderson, è un grande film sulla nascita di una nazione, aperto e chiuso da due date simboliche: il 1898, anno della definitiva conquista del West, e il 1927, anno immediatamente precedente al crollo di Wall Street e alla Grande Depressione. In pratica, riassume tutta la nascita del capitalismo americano come prosopettiva di facile arricchimento, alla porta di tutti.

Daniel Plainview si inserisce nella tradizione dei grandi magnati cantati dal cinema e dalla letteratura, ma il suo personaggio è molto lontano da quelli di Jay Gatsby e di Charles Foster Kane, i primi che vengono in mente se si pensa al suo destino e al suo declino, alla testardaggine con cui insegue il sogno americano: lontano dall’essere un dandy e un bon vivant, Plainview è un avido speculatore, un impavido intrallazzatore che fonde in sé l’anima del capitalista e quella del pioniere. There Will Be Blood è infatti un film pieno della suggestione della frontiera: dall’immenso spazio del deserto e della prateria americani, splendidamente fotografati nei campi lunghi da Robert Elswit con una luce quasi bruciata, al riferimento alla ferrovia che porta civiltà in lande desolate, segnando il progresso.

Plainview vive nella terra, in un contatto fisico con l’oro nero con il quale spesso si trova a doversi bagnare, come nel bellissimo inizio in cui si cala da solo in un pozzo, alla ricerca dell’argento, e si trascina con una gamba rotta attraverso sabbia e cespugli, con la testardaggine tipica di chi ammette di sentire la competizione come unico stimolo.

Paul Thomas Anderson è un regista/sceneggiatore che sa scrivere grandi storie possenti, affidandosi soprattutto alle divisioni archetipiche, che infatti in There Will Be Blood abbondano: la fede e il denaro, il padre e il figlio. Perchè Plainview non battezzerà solo il bambino che gli viene dietro (l’omaggio a Il monello di Chaplin è più che una citazione, che verrà svelata solo nel finale), ma pieno di hybris come ogni eroe tragico, cercherà di annegare nel petrolio un giovane predicatore visionario, negandogli la benedizione del suo pozzo. Per lui Dio non è molto diverso dalla Standard Oil, è solo un’altra sfida, un altro totem da abbattere nella rincorsa all’individualismo. La sua solitudine finale, l’unico momento in cui Anderson concede giustamente a Daniel Day-Lewis la scena, affidandosi ad una recitazione davvero oltre le righe, è scritta sin dalla prima inquadratura, segnando l’inevitabile parabola del primo capitalismo: il suo cuore si inaridisce progressivamente, così come la feconda terra dell’America, resa sterile dalle sue trivelle. Sequenze come quella dell’esplosione del petrolio a Little Boston, ripresa da tre punti di vista simbolicamente diversi (quella del padre, quella del figlio e quella del predicatore/spirito santo) potrebbero valere il premio Oscar (Daniel Day-Lewis ha già vinto un sacrosanto Golden Globe).

Locandina
Sceneggiatura di: Paul Thomas Anderson
Interpreti: Daniel Day Lewis, Dillon Freasier, Paul Dano, Sydney McCallister, Kevin O’Connor
Prodotto da: Paramount Vantage
Distribuito da: Buena Vista
USA, 2007
Durata: 158’

TRAILER:

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”Match Point” iniziava con una pallina da tennis che oscillava sul bordo della rete. Questione di fortuna, di caso, unici giudici tra la vittoria e la sconfitta, tra il successo e il fallimento, in un mondo sempre meno influenzato dal merito.
“Cassandra’s Dream”, terza produzione inglese di Woody Allen (la prossima sarà spagnola), riallaccia immediatamente i legami con il suo precedente thriller, non solo per via dell’uggiosa ambientazione londinese, ma anche per il ruolo centrale affidato alla sorte, in un film in cui tutti hanno scommesso qualcosa: Ewan McGregor che vuole puntare soldi su un progetto immobiliare, Colin Farrell che gioca forte a poker e ai cani, e lo zio – figura archetipica del film – che investe sui suoi due nipoti per salvarsi dalla gogna, dalla rovina e dal carcere.

Non c’è però solo la sorte. Il cinema di Allen ruota da sempre attorno al tema dell’etica, della scelta morale: come in “Match Point”, qui la stilizzazione del bivio è esasperata dalla presenza dell’omicidio come dilemma estremo eppure irrinunciabile. Infatti, nonostante lo stile del cineasta sembri essere arrivato ad una sobrietà quasi ossessiva, asciutto fino quasi all’aridità, la sensazione resta quella che “Cassandra’s Dream” sia un film troppo studiato per essere pienamente coinvolgente. Il rimorso, o la sua ancora più inquietante assenza, non vengono più affidati a situazioni o atmosfere (la splendida e shakesperiana apparizione in “Match Point”), ma all’esplicita personificazione attraverso i due protagonisti, che segnano una scissione sin troppo scontata: il frivolo e ambizioso Ewan McGregor e il sin troppo sofferto Colin Farrell.

Una divisione scolastica dei ruoli che suona più come una piccola variazione sul tema, piuttosto che in un suo robusto e necessario aggiornamento: Allen, almeno in questo caso, pare aver puntato su una scommessa sicura, rinunciando persino alla solita musica di repertorio e affidandosi ad un classica e solida colonna sonora di Philip Glass, che ha sfoderato un tema in sintonia con le tinte noir della vicenda. Proprio queste suggestioni da cinema classico (non è la prima volta che Allen vi fa riferimento: basti pensare all’affettuosa citazione de “La fiamma del peccato” in “Misterioso omicidio a Manhattan”) sono tra le cose migliori: in particolar modo la prima apparizione dell’esordiente Hayley Atwell, che si presenta vista dagli occhi di McGregor come una tipica femme fatale, in una delle poche soggettive di un film sempre costruito come una cinica e disincantata analisi della meschinità umana, senza alcuna traccia di affezione.

“Sogni e delitti” resta però sempre sospeso tra il consapevole esercizio di stile (la panoramica che devia su una siepe, lasciando fuoricampo il momento culminante del film), e il deja vu di una tipica ossessione alleniana e, inevitabilmente, non riesce a fare breccia.

Locandina
Sceneggiatura di: Woody Allen
Interpreti: Ewan McGregor, Colin Farrell, Hayley Atwell, Tom Wilkinson, Sally Hawkins, John Benfield, Clare Higgins
Prodotto da: Iberville Productions, Virtual Studios, Wild Bunch
Distribuito da: Filmauro
Durata: 108’
UK, 2007

TRAILER:

1 Votes | Average: 1 out of 51 Votes | Average: 1 out of 51 Votes | Average: 1 out of 51 Votes | Average: 1 out of 51 Votes | Average: 1 out of 5 (1 votes, average: 1 out of 5)
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Cloverfield appartiene a quella categoria di film-fenomeno: se ne parla infatti da giugno, quando un inquietante e suggestivo teaser mostrava la testa della Statua della libertà rotolare, dopo aver rimbalzato tra i grattacieli, in una strada del Village, in mezzo ad una folla di new yorkers in preda al panico.

J. J. Abrams, produttore già affermato, ha fatto di questo film un successo ancora prima che uscisse, spendendo molti dei 20 milioni di budget in viral marketing, una pratica nata negli anni sessanta con i film di Roger Corman ed esasperata dall’epoca della rete: false anticipazioni, siti internet fantasma che rilanciavano scoop e foto che mostravano le improbabili fattezze del mostro che avrebbe messo a ferro e fuoco Manhattan.

Una curiosità spasmodica che ha pagato uno strepitoso trionfo al primo week-end. Una festa della upper class di New York interrotta da scosse di terremoto ed esplosioni improvvise: scene da 11 settembre, con il simbolo dell’America che viene brutalmente spazzato via. Un monster-movie girato con una telecamera, come se fosse una cosa vera, un Godzilla rimasticato con riprese da telegiornale, affinché la gente sappia, una volta che il video verrà messo su YouTube, cosa è successo quel giorno.
Sarebbe potuto essere una delusione colossale, ed invece Cloverfield non si è limitato al battage pubblicitario, calcando felicemente la mano sui suoi pregi ed incassando la sospensione dell’incredulità (si può prestare fede al fatto che qualcuno continui a riprendere ininterrottamente – persino a montare in macchina - mentre la sua città viene fatta a pezzi da un mostro alto cinquanta metri?) per merito di un realismo sconvolgente, ideale per una schiera di spettatori abituati alla velocità delle immagini di internet.

Di più, Abrams (come il LOST, il suo serial pluripremiato) rovescia del tutto lo stereotipo del monster-movie: infatti, non si sa che origine abbia la creatura spuntata fuori dall’Oceano Atlantico, non si sa che scopo abbia; davanti a lui, l’umanità non si compatta per far fronte alla catastrofe, ma si disunisce. Cloverfield non è la cronaca videoamatoriale di una fuga, ma paradossalmente è il resoconto di un salvataggio impossibile, di un nucleo di personaggi che va dritto incontro alla minaccia per salvare un’amica e un’amante.

Abilmente, il produttore (parlare di Matt Reeves è del tutto superfluo, vista la natura del film) non rifiuta la logica del kolossal, si arrangia come può nella descrizione del mostro (che partorisce spontaneamente anche dei repellenti aracnidi), e in più aggiunge dei tocchi straordinariamente desolanti nel filmato che fa da film. Il nastro sovraimpresso concede dei brandelli di una pacifica giornata a Coney Island tra il protagonista Rob e la sua fidanzata: un’oasi di banale quotidianità che sembra lontana anni luce dall’orrore di una minaccia improvvisa e imbattibile, uno squarcio della nostro vissuto che appartiene già ad un’altra epoca. E’ troppo tardi per riscoprire i sentimenti, troppo tardi per tutto: Abrams rovescia la logica dell’ultimo sopravvissuto, e abbraccia la teoria di un cupo nichilismo.

La visione, che balla costantemente ed adotta dei punti di vista eccentrici e costantemente ribaltati, può causare pesanti cefalee: alla grande verosimiglianza dell’incubo, sopraggiunge un concreto malessere fisico che aumenta il disagio.

Locandina
Sceneggiatura di: Drew Goddard
Interpreti: Michael Stahl-David, Jessica Lucas, Lizzi Caplan, Odette Yustman, Mike Vogel, T.J. Miller
Prodotto da: Bad Robot
Distribuzione: UIP
Durata: 85’
USA, 2008

TRAILER:

7 Votes | Average: 4 out of 57 Votes | Average: 4 out of 57 Votes | Average: 4 out of 57 Votes | Average: 4 out of 57 Votes | Average: 4 out of 5 (7 votes, average: 4 out of 5)
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“Into The Wild” arriva in un momento in cui ci si chiede sempre di più cosa significhi essere americani o non esserlo: l’ultimo lavoro di Sean Penn dice la sua (il regista stesso si è augurato che il film possa far battere il cuore dei giovani), riesumando non tanto On the Road di Jack Kerouac, quanto i padri della letteratura a stelle e striscie, i grandi cantori della wilderness come Henry David Thoreau e Jack London, espressamente citati più volte nel romanzo omonimo di Jon Krakauer da cui è tratto il film.

Chris McCandless è un giovane posto di fronte ad un dilemma fondamentale, un tema cardine della cultura americana, che rimanda ad una famosa scena di Sentieri selvaggi, inquadratura seminale di tutto il cinema d’oltreoceano: sposare la civiltà oppure abbandonare tutto, spingendosi nella natura inesplorata, sfidando sé stessi ma anche il paesaggio, le leggi insondabili della sopravvivenza? Non serve aver letto Frederick Jackson Turner per capire come la frontiera, il mito del pioniere, siano delle figure centrali nell’immaginario di questa società nata appena due secoli fa.

Piuttosto che a Sal Paradise e a Dean Moriarty, i due personaggi di Kerouac che andavano girovagando per l’America senza un reale scopo, McCandless assomiglia molto più a Huckleberry Finn, l’eroe di Mark Twain che nemmeno ragazzo sfuggiva alle convenzioni, ad una fortuna sfacciata che gli aveva riservato la ricchezza, e si metteva a risalire il Mississippi con uno schiavo nero. Il protagonista di “Into The Wild” uno scopo infatti ce l’ha, ed è quello di dimostrare di poter resistere abbandonando la civiltà, vivendo senza denaro, senza contatti, senza sentimenti duraturi.

“Into The Wild” è un film pieno dell’America, un film impensabile senza i poderosi scenari naturali offerti da quel continente, ed infatti deve la sua straordinaria potenza non tanto alla storia – se vogliamo anche schematica, nel rapporto difficile con la famiglia borghese e nel rifiuto degli agi e delle sicurezze – ma nei grandi campi lunghi che fanno entrare di prepotenza le montagne, i fiumi indomabili, gli sterminati campi di grano, i grandi deserti e le steppe innevate che McCandless adotta come suo spazio vitale, l’unico nel quale possa sentirsi veramente libero di esprimere la propria personalità, di sconfiggere i propri demoni. Inevitabilmente, Sean Penn sposa una struttura narrativa molto aperta, fatta di continui salti all’indietro e ritorni a quell’autobus abbandonato, solitario nel paesaggio dell’Alaska, luogo di un destino tragico che segna l’impossibilità di un compromesso.

La suggestione del racconto orale fa facile presa sul pubblico, e il film si perde un po’ nei dialoghi esplicativi, specie in quelli predicatori tra il protagonista ad un insolito Vince Vaughn, che sottraggono “Into The Wild” al potere stesso del suo titolo, immerso nelle terre selvagge come se queste fossero una condanna.
Le musiche di Eddie Vedder sono strepitose (premiate con il Golden Globe ma snobbate dagli Oscar), e la sua voce entra di diritto in quella cerchia di privilegiati, da Woody Guthrie a Bob Dylan, passando per Bruce Springsteen, che l’America la sono riuscita a cantare correndo.

Locandina
Sceneggiatura di: Sean Penn
Interpreti: Emile Hirsch, Vince Vaughn, William Hurt, Jena Malone, Marcia Gay Harden, Hal Holbrook
Prodotto da: Paramount Vintage, River Road Entertainment
Distribuito da: BIM
Durata: 140’
USA, 2007

TRAILER:

Indie Top Ten, settima posizione

#10 - SPIDERMAN 3 di Sam Raimi

Esempio lampante di come possano coesistere due film nello stesso momento: il blockbuster e il film d’autore, lo scavo psicologico e gli effetti speciali.
Uno squilibratissimo prodotto da 200 milioni di dollari, che procede tra lampi di genio cristallino e profondi imbarazzi.
Sam Raimi è sempre Sam Raimi, e dirige uno dei più grandi kolossal della storia del cinema con lo stesso gusto del divertimento con cui dirigerebbe un episodio di Xena.
“Spider-Man 3″ è lo specchio più attendibile di cosa è oggi Hollywood.

Indie Top Ten, settima posizione

#9 - 300 di Zack Snyder

Incredibile film-fumetto, dove lo stile veloce e feroce da videoclip e da spot pubblicitario di Zack Snyder ha incontrato la retorica di Frank Miller, a sua volta digestione di un immaginario cinematografico acquisito.
Leonida è uno dei grandi personaggi del cinema del 2007: un eroe come non lo si vedeva da tempo.
Un grande lavoro sull’epica, sulla necessità delle storie edificanti, del sacrificio, degli esempi bigger than life nella nostra società.

Indie Top Ten, prima posizione

#8 - INLAND EMPIRE - L’IMPERO DELLA MENTE di David Lynch

Film esasperatamente lynchiano, oggetto ancora oggi di lunghe e vane discussioni interpretative.
Ipnotico, disturbante viaggio nello spappolamento di una storia possibile in mille rivoli che non combaciano.
Il digitale lo ammanta di film-profetico: è stato girato in gran parte con una handycam.

“INLAND EMPIRE” review on INDIE FOR BUNNIES

Indie Top Ten, settima posizione

#7 - NELLA VALLE DI ELAH di Paul Haggis

Film che ha diviso: sdegno appassionato o semplice calcolo retorico ?
Paul Haggis si dimostra la grande novità americana del terzo millennio.
Non più una sorpresa (gli sono già piovuti 3 Oscar sulla testa), ma uno il cui talento ancora non è stato ancora messo veramente a fuoco.
Il primo vero film sull’Iraq, pur essendo ambientato nel profondo sud degli Stati Uniti.

“NELLA VALLE DI ELAH” review on INDIE FOR BUNNIES

Indie Top Ten, settima posizione

#6 - IO NON SONO QUI di Todd Haynes

Ispirato alle vite di Bob Dylan: vagabondo, folk-singer, poeta, egocentrico autore-dio, profeta.
Heath Ledger e Charlotte Gainsbourg che amoreggiano sulle note di “I Want You” sono uno dei più grandi momenti di cinema dell’anno.
Visionario ed eccentrico, scoordinato come i mille volti di Robert Zimmermann.

Indie Top Ten, seconda posizione

#5 - ZODIAC di David Fincher)

Il film del grande ritorno di David Fincher.
Un thriller tutto mentale, un’esplorazione angosciante – senza quasi nessuna goccia di sangue – alla ricerca della radice delle proprie paure, nel disperato tentativo di esorcizzarle, cercando di scoprirne le cause.
Grandi atmosfere anni settanta, uno straordinario Robert Downey Jr.

Indie Top Ten, ottava posizione

#4 - LE VITE DEGLI ALTRI di Florian Henckel von Donnersmarck

Drammatico ma mai patetico, il film tedesco fonde la lezione del cinema d’oltreoceano con lo spirito tutto europeo dell’amore per la psicologia dei personaggi e per una messa in scena che fugga la facile spettacolarità.
Di grande impegno etico, e incredibilmente coinvolgente.

“LE VITE DEGLI ALTRI” review on INDIE FOR BUNNIES

Indie Top Ten, ottava posizione

#3 - LETTERE DA IWO JIMA di Clint Eastwood

Doveva vincere l’Oscar, ma è stato sacrificato in nome della ritardata consacrazione di Martin Scorsese.
Meno spettacolare del precedente “Flags of Our Fathers”, ma decisamente più virile, (anti)eroico e profondo.
Film di volti, paesaggi umani di soldati giapponesi costretti come topi nelle gallerie, che pensano alla loro famiglia lontana.
Eroi o vigliacchi? Tornare a casa od onorare il Giappone.
Clint Eastwood è davvero uno dei più grandi autori del cinema contemporaneo.

Indie Top Ten, sesta posizione

#2 - RATATOUILLE di Brad Bird

Ci sono momenti in cui la sincerità richiede il suo spazio: il flashback con cui Anton Ego, il più tetro dei critici culinari di Parigi, si ritrova bambino davanti alla sua prima ratatouille (non a caso, un piatto povero) cucinato dalla madre, basterebbe a definire l’ultima fatica della Disney/Pixar come uno dei migliori film dell’anno.
In questo sbalzo temporale, in questa terra del ricordo toccata dal prodigio dell’animazione digitale con una leggerezza disarmante, sta tutto il senso commovente di un film emblematico del cinema americano che si vorrebbe sempre vedere.

“RATATOUILLE” review on INDIE FOR BUNNIES

Indie Top Ten, seconda posizione

#1 - PARANOID PARK di Gus Van Sant

Viaggio stupendo all’interno della mente di un adolescente di Portland, Oregon. Film a cui si continua a pensare anche dopo giorni e giorni che lo si è visto.

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Andrè Bazin lo definiva “il cinema americano per definizione” e il western è l’unico genere che non è riuscito a sopravvivere del tutto al passaggio alla New Hollywood nei primi anni settanta. L’unico in cui l’operazione di aggiornamento e contaminazione non è mai stata completata del tutto. Per questo, è considerato un mondo quasi moribondo, un mondo che non è riuscito a sacrificare la sua purezza originaria.

“L’Assassinio Di Jesse James Per Mano Del Codardo Robert Ford” è uno dei rari esempi di riuscito western contemporaneo, forse perché, a differenza di un maldestro tentativo come Quel treno per Yuma, non ha tentato la strada del remake, ma è andato già oltre il western, è diventato un discorso sul western.

Il film di Dominik si dedica ad una delle figure più importanti della mitologia della frontiera, ad un criminale nobile che incarna nella sua figura l’essenza del Sud sconfitto dalla Guerra di Secessione, eppure mai del tutto eliminato dallo spirito degli Stati Uniti, relegato alla poetica nicchia di outlaw. Annulla quasi del tutto la storia (sappiamo sin da subito come andrà a finire), adotta un ritmo lento e paludato, si concentra spesso sul non-movimento, sulle reazioni di attori che forniscono prestazioni da incorniciare (non solo Brad Pitt, premiato con la Coppa Volpi a Venezia, ma anche Casey Affleck, strepitosamente debole e tormentato), e si affida all’incredibile fotografia di Roger Deakins, che dipinge il paesaggio invernale del Missouri con campi lunghi innevati, oppure con oniriche e sfocate riprese del grande cielo del sud, di praterie innevate o incontaminate.

In questo modo, riesce a ricreare l’atmosfera nichilista di un Peckinpah o di un Penn, narrando l’inevitabile fine di un uomo e di un’epoca, e allo stesso tempo la nascita di un mito: il suo e quello del western, appunto. Perché appena ucciso, appena ucciso a tradimento da un codardo, Jesse James diventa una leggenda, un fantasma libero dell’America come quello di Tom Joad cantato da Bruce Springsteen (mentre qui c’è Nick Cave a glorificare le gesta del rapinatore). L’eroe, per diventare tale, deve morire: ed è questa la strada scelta dal fuorilegge.
L’assassinio di Jesse James è per questo un grande affresco su come un uomo decide di diventare immortale: perché il protagonista decide di morire, decide di non ritirarsi a vita privata con la moglie e i figli, perdendo la purezza della wildness (le ostentate citazioni da Sentieri selvaggi di John Ford), e decide di essere ucciso da un idiota a cui consegna persino la pistola e a cui si offre di spalle. Il merito di Dominik è anche quello di lasciare largo spazio alla figura di Robert Ford, cresciuto con l’immagine delle gesta del bandito, narrate dai media (articoli di giornale, fantasiosi romanzi d’appendice), pieno di sconfinata ammirazione ed inesprimibile rancore. Una nullità ambiziosa, che cerca di emulare l’impresa di entrare nella storia, e ne viene invece fagocitato. E’ solo uno strumento, una mano mossa da qualcun altro: la pedina di un consapevole rito sacrificale.

Locandina
Sceneggiatura di: Andrew Dominik
Interpreti: Brad Pitt, Casey Affleck, Sam Shepard, Mary-Louise Parker, Sam Rockwell, Paul Schneider
Prodotto da: Warner Bros. Pictures
Distribuito da: Warner Bros. Pictures
Durata: 160’
USA, 2007

TRAILER:

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“Devi dirmi chi sei…” E’ questa l’implorante richiesta che Naomi Watts rivolge a Viggo Mortensen, nel momento culminante dell’ultimo film di David Cronenberg.
Come sempre è accaduto, anche ne “La Promessa Dell’Assassino” il cinema del regista canadese è molto pensato, decisamente freddo, levigato quasi del tutto da ogni forma di passione: una lucida analisi in cui i protagonisti, per delusione o per scelta, appaiono svuotati di ogni sensazione o sentimento. Tranne che in questo breve e grande momento in cui la giovane donna cerca di aggrapparsi vanamente almeno alle certezze di un’identità.

L’ossessione per il corpo di David Cronenberg è evidente sin dai suoi primissimi film: una costante tematica che la ha sempre resa qualcosa di più che un vezzo stilistico: da “La Mosca” (il tema letterario della metamorfosi e della palingenesi invertita: l’aitante scienziato Jeff Goldblum che si trasforma in un repellente e gigantesco insetto) a “La Promessa Dell’Assassino”, che continua ad affermarne l’ambiguità, il suo status di indefinibile e fragile involucro, soprattutto nei ripetuti, ostentati e gratuiti sgozzamenti. Non più un corpo-macchina, testa di ponte verso l’avvento della “nuova carne” come profetizzato in “Videodrome”, ma una fisicità che si fa testo attraverso la mappatura dei tatuaggi.

Infatti, secondo i rituali della Vory V Zakone, la pelle di ogni affiliato deve raccontare la sua vista, il suo passato, le sue esperienze: la sua identità. Naomi Watts deve decifrare un diario per sapere qualcosa della madre-bambina che ha partorito un neonato, morendo nel suo ospedale, mentre ai capi della mafia russa basterebbe leggere un corpo per sapere tutto dell’uomo che hanno davanti. Anche così però, un corpo - quello di Viggo Mortensen - può mentire ed essere inutile. Può fingere, come nei primi piani dell’attore che mostra tutti i cliché del cattivo, con la sua faccia imperturbabile e gelida nascosta spesso dietro gli occhiali da sole, o quando sfoggia la sua malvagità spegnendosi una sigaretta sulla lingua.

E’ sempre un corpo intercambiabile, lacerabile, come nella ormai giustamente celebre scena della sauna, in cui il protagonista completamente nudo riesce a sopravvivere nonostante le innumerevoli ferite e aperture inferte (le armi usate nel film, emblematicamente, sono tutte armi da taglio) dagli energumeni mandati ad ucciderlo.
Cronenberg dirige in modo volutamente clinico, limitando i movimenti di macchina a delle lunghe carrellate sui pacchiani banchetti dei mafiosi di Londra riuniti al gran completo, avvalendosi di una fotografia (del fidato Peter Suschitzky) volutamente grigia e livida. Tutti gli attori restano sotto le righe – cercando di non tradire la loro vera personalità (a parte un istrionico Vincent Cassel). La sorprendente Naomi Watts si abbandona alla fine, cercando un disperato e vano appiglio.

Locandina
Sceneggiatura di: Steven Knight
Interpreti: Viggo Mortensen, Naomi Watts, Vincent Cassel, Armin Mueller-Stahl, Sinead Cusack, Jerzy Skolimowski
Prodotto da: Serendipity Point Films
Distribuito da: Eagle Pictures
Durata: 100’
Canada/USA/UK, 2007

TRAILER:

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Alex sogna se stesso e i suoi amici mentre stanno facendo prodezze con lo skate tra le strade di Portland, profondo nord degli Stati Uniti. La pellicola è uno sgranato 16mm, il rumore delle ruote sulla superficie, trasfigurato oniricamente, assomiglia al suono rassicurante e new age delle onde del mare. Con questo film, Van Sant tenta di congelare quelli che dovrebbero essere gli attimi più importanti della sua vita: perde la verginità con una coetanea, accede al rito di iniziazione di Paranoid Park, il luogo dove vanno a destreggiarsi gli skater più bravi della città, uccide accidentalmente un uomo.
Alex però non si rende mai conto di quello che gli capita: ogni singolo avvenimento di questa travagliata settimana viene preso con la stessa indifferenza, con lo stesso sguardo neutro, con cui assimila ogni accidente interno (il divorzio dei suoi genitori) ed esterno (non ha alcun interesse per la guerra in Iraq). Van Sant si immedesima coerentemente e mette in scena tutto allo stesso modo, puntando solo alla forza bruta delle immagini: puri accidenti, privi di alcun senso di drammaticità classica.

Non sposa Alex come protagonista, piuttosto lo pedina, inseguendolo per i corridoi della sua high-school (bellissimo retaggio del precedente Elephant), per la città, nei suoi incontri con la fidanzata cheer-leader, e lascia trasparire una simpatia che sembra poco altro che il necessario rapporto di affezione tra l’autore e la sua creatura.
Più che un’esplorazione della sua vita, Paranoid Park sembra un viaggio nello spazio mentale di un ragazzino perso inconsapevolmente in un traumatico percorso di formazione. Il regista se ne tiene lontano, così come ogni adulto (emblematico è il fuori fuoco a cui vengono relegati i suoi genitori), incapace di capire fino in fondo il nichilismo non-distruttivo, semplicemente passivo e dimesso, di tutti i suoi personaggi.

E’ un tragitto mentale perché Van Sant spezza continuamente la linearità della vicenda, tornando più volte sullo stesso fatto, portando le singole sequenze a perdersi nel centro/vortice che è l’omicidio, la perdita dell’innocenza di Alex, apparente e falso turning point della sua esistenza, che riecheggia nel film come la voce del ragazzo sul ponte, in uno splendido notturno, mentre cerca di ricomporre quanto è successo, mentre cerca di spiegarsi alla sua coscienza.
Quando accade, infatti, torna a casa sconvolto, si fa quella che sembra una doccia purificatrice, e completamente solo, sotto l’acqua, sembra ascoltare i rumori di un bosco che non c’è.

Il giorno dopo avrà già dimenticato: l’unico ricordo è un racconto/confessione che cerca di scrivere, e che è destinato a finire tra le fiamme.
Per lui nulla, nemmeno il timido amore che gli riserva una sua compagna (quanta febbrile tenerezza nelle sue mani che si muovono nervosamente, nella vana attesa di essere confortate), ha veramente importanza.

Locandina
Sceneggiatura di: Gus Van Sant
Interpreti: Gabe Nevins, Taylor Momsen, Lauren McKinney, Jake Miller, Daniel Liu
Prodotto da: MK2 Productions
Distribuito da: Lucky Red
Durata: 90’
USA, 2007

TRAILER:

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Nella Valle Di Elah ripropone uno dei grandi dibattiti di questo inizio di secolo cinematografico: Paul Haggis è uno dei migliori talenti del cinema americano, oppure è solo un abile relatore, che furbescamente costruisce le sue tesi con la forza della commozione? Per lui, dovrebbe parlare il curriculum: ha fatto una lunga gavetta come autore di serial tv, un vinto un Oscar quasi subito con Crash, è l’unico ad essersene presi due di seguito come sceneggiatore (Million Dollar Baby e ancora Crash).
Nella Valle Di Elah non fa che dimostrare che, amato od odiato che sia, Haggis è certamente un autore, in possesso di un’idea di cinema chiara e coerente. Questo è infatti un film dalla scrittura potente, che punta molto su una drammaticità che sfiora sempre di un pelo il patetismo, e su una regia sobria, attenta, pudica nel mostrare una pena sempre intuita. Tommy Lee Jones telefona alla moglie per dirle che il figlio è stato ucciso: lui è impassibile e già intenzionato ad indagare in merito, lei invece piange e urla di disperazione: ma Haggis è rispettoso e la riprende dall’alto, evitandoci l’immedesimazione con il suo strazio.

E’ un grande film americano, su quella attuale tragedia americana che è la guerra in Iraq. E’ un film potente e patriottico, e allo stesso tempo indignato, doloroso, in cui Haggis riesce a fare dell’Iraq un’ombra cupa che si stende nelle case del profondo sud, percorrendo mille rivoli fino ad entrare nelle case di tutti, con un bagaglio di disorientamento. In ogni luogo del film se ne sente distrattamente notizia, da un televisore acceso.

Ci sono tutti i valori portanti del suo cinema: specie quello della protezione, che porta nuclei ristretti di esseri umani a sorreggersi uno sull’altro in una solidarietà disperata, mentre fuori il mondo perde qualsiasi tipo di direzione etica e morale. Capita quando si vedono Charlize Theron e suo figlio starsene nella camera, a raccontarsi favole, come a ricreare una sorta di placenta/barriera a difesa dall’ambiente esterno, perchè il bambino ha paura del buio. Capita quando in uno dei momenti migliori del film Tommy Lee Jones e Susan Sarandon, perso anche l’ultimo figlio, smembrato e dato in pasto alle bestie della prateria, si abbracciano nella luce livida dell’obitorio: la macchina da presa resta lontana, in disparte, in rispetto del dolore di questa coppia di vecchi ormai stanchi.

L’attore texano è fantastico nel reggere primi piani: più che la sua emotività (volutamente contenuta, mai eccessiva) Haggis cerca piuttosto di scolpire la rugosa geografia del suo viso (i film di Haggis sono quasi sempre dei film di volti, basti pensare al dittico Flags of Our Fathers e Letters from Iwo Jima), quello di un uomo dell’esercito che si rifà il letto con un ordine maniacale, che cerca un movente, una logica, per provare a capire chi, ma soprattutto perché, ha ucciso il suo ragazzo. Il suo personaggio si muove per una nazione soffocata e annientata, che dietro l’apparente tranquillità nasconde la dispersione di ogni sentimento, in cui anche l’omicidio è ormai un accidente banale, una circostanza casuale. E’ costretto mettere in moto anni d’esperienza nella polizia militare per cercare il colpevole, per ottenere giustizia e per salvare il suo fiero patriottismo, l’unico valore che gli è rimasto.
Haggis possiede anche l’umiltà per metaforizzare una disperata richiesta d’aiuto, con il coraggio di chi riesce a toccare un simbolo nazionale e sacro - specie negli Stati Uniti - come la bandiera.

Il titolo si riferisce ad un racconto biblico: Nella Valle Di Elah, durante la guerra tra israeliti e farisei, il Re Saul mandò il figlio Davide a sfidare Golia, il gigante dei nemici. Il giovane riuscì a controllare la paura, prese la mira e riuscì a scagliare con la sua fionda una delle sue cinque pietre contro l’avversario. Chi può mandare il proprio ragazzo a combattere contro un mostro?

Locandina
Sceneggiatura di: Paul Haggis
Interpreti: Tommy Lee Jones, Charlize Theron, Susan Sarandon, Josh Brolin, Jonathan Tucker
Prodotto da: Blackfriars Bridge Film
Distribuito da: Mikado
Durata: 121’
USA, 2007

TRAILER:

2 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 5 (2 votes, average: 3 out of 5)
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Una delle protagoniste di Across the Universe si chiama Prudence. Ad un certo punto del film, in modo del tutto immotivato, si chiude in uno sgabuzzino dell’appartamento-comune che i personaggi dividono nel Village, e per farla uscire tutti iniziano a cantare “Dear Prudence, won’t you come out to play…” La macchina da presa gira su di loro a 360 gradi, le pareti spariscono e vengono sostituite da splendidi cieli con qualche macchia di nuvole, fino a che la pellicola non prende colori psichedelici, arrivando al negativo originale.

E’ questa una sequenza indicativa di tutta l’operazione che sta dietro ad Across the Universe, che lontano dall’essere un film in qualche modo assimilabile ai Beatles, ne sfrutta viceversa le canzoni, per altro a volte riarrangiate in modo pessimo, come semplice traccia narrativa di un film che esprime una sensibile banalità nel contenuto, e una visualità riciclata nella messa in scena, che dietro l’apparente grandiosità di alcune coreografie nasconde invece il vuoto che le ha originate.

La sensazione è che spesso si inverta colpevolmente il ruolo intreccio/musica: che non sia più il primo a rendere necessario l’altra, quanto piuttosto il contrario. Alcuni momenti del film sono completamente superflui, solo una scusa per far esibire Bono Vox in una mediocre versione di “I Am the Walrus”, o per allestire un’onirica sequenza circense nel caso di “For the Benefit of Mr. Kite”. Persino la provenienza del protagonista “Jude” (certamente, in un suo momento di particolare sconforto, tutti gli canteranno “Hey Jude, don’t make it bad…”), originario di Liverpool, sembra nient’altro che un modo forzato per incastrare un riferimento ai fab four.

Across the Universe è un film che cova molte ambizioni, a differenza della spensieratezza connaturata del musical, persino quella di dire qualcosa di originale sul Vietnam, e di riflesso sui venti pacifisti contemporanei, dietro un intreccio che è una storia d’amore troppo condizionata dall’esigenza di voler essere fuori dalle righe. I campi di fragole di John Lennon diventano un quadro pop che il protagonista dedica alle vittime di guerra (il loro succo, spalmato su una superficie bianca, diventa simile a sangue, la loro forma diventa il cuore straziato dei morti), il celebre concerto che i Beatles tennero sul tetto degli studi della Emi diventa il pretesto per una serenata collettiva sulle note di “All You Need Is Love”.

Tuttavia, tutto sembra falso e per di più già visto: sia il ribellismo giovanile, con l’amico di Jude che lascia Princeton come faceva Holden Caulfield, sia la morale sul movimento del 1968 (aspettatevi Revolution). I protagonisti parlano/cantano dall’inizio alla fine, mescolando i dialoghi a versi di brani famosi, come sperimentato con successo in Moulin Rouge, e spesso impediscono quella separazione tra diegesi e numeri musicali che è la vera essenza del musical, con quella imposizione della sospensione dell’incredulità che fa la differenza tra un film di genere riuscito e uno fallito.
I Beatles comunque non ci sono, persi completamente nella noia di una storia d’amore troppo carica di pathos non richiesto. Chi si sente in qualche modo attirato dalla loro presenza, si scelga un altro film.

Locandina
Interpreti:Jim Sturgess, Joe Anderson, Evan Rachel Wood, Dana Fuchs, Martin Luther, T. V. Caprio
Prodotto da: Revolution Studios
Distribuito da: Sony Pictures Releasing
Durata: 131’
USA, 2007

TRAILER:

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